La Stampa, 12 aprile 2026
Intervista a Francesco Guccini
Ci sarà un percorso attraverso le letture, fondamentali: «Da ragazzo se mi chiedevano: qual è il tuo mestiere, rispondevo: leggere». La passione per le tradizioni popolari – «sono andato spesso in giro con un registratore per raccogliere testimonianze orali» -, gli oggetti cari, la memoria del padre Ferruccio, prigioniero di guerra tornato a casa solo nell’agosto del 1945, che mai ha assistito a un suo concerto. Sarà un cammino attraverso ricordi e personalità di Francesco Guccini, la mostra “Canterò soltanto il tempo” in programma dal 18 aprile allo Spazio Gerra di Reggio Emilia. «Fa un effetto strano: io non sono ancora morto, di solito queste cose si fanno postume», si schermisce Guccini seduto in poltrona nella grande casa di Pavana, che fu dei genitori e prima ancora dei nonni, lì sull’Appennino in bilico tra Emilia e Toscana, dove ancora lo cercano fan con pile di vinili da autografare. Il grande giradischi quasi intonso – «non lo so far funzionare» -, la tv da cui seguire programmi contro cui arrabbiarsi, il gatto rosso Stagnadino che fa un passaggio fugace sulle ginocchia, l’ultimo rimasto di una galleria di felini che hanno popolato la sua vita, «ma questo stronzo ha scelto mia moglie Raffaella: io sono solo tollerato», borbotta rassegnato.
Ha scritto decine e decine di canzoni, alcune delle quali rimaste nell’immaginario collettivo, e poi romanzi, racconti: come si definisce? Cantautore, scrittore, cantastorie?
«Cantastorie no, è un altro lavoro».
Davvero?
«La tesi della laurea che non ho mai discusso sarebbe dovuta essere sui cantastorie, soprattutto uno, dei dintorni di Bologna: Marino Piazza. Sono spesso visti in maniera romantica, ma avevano bisogno del suolo pubblico per lavorare, quindi dell’autorità, e dovevano cercare di piacere il più possibile, per cui erano populisti. Io invece scrivevo le canzoni che piacevano a me, non pensavo a piacere alla gente».
E nemmeno all’autorità. Anche se il ’68 non l’ha conquistata, giusto?
«Nel ’68 avevo già ventotto anni, ero abbastanza grande. All’inizio partecipai: con un amico andammo ad Amsterdam a incontrare questo movimento hippy dei Provos. Poi però mi sono distaccato: i movimenti extraparlamentari avevano una visione del mondo e facevano discorsi che non erano i miei».
In quegli anni era un grande appassionato di America.
«Sono nato nel 1940, all’inizio della guerra. Ho avuto la fortuna di non patire la fame, perché i miei nonni avevano un mulino, non ci è mancato il cibo. Ma ricordo l’arrivo dei soldati americani che portavano cose meravigliose: la Coca Cola, il cioccolato Hershey… Ci sono poi stato nella cittadina americana in cui si produceva quel cioccolato, si sentiva il profumo dappertutto».
Ci è andato spesso negli Stati Uniti?
«Quattro volte. L’ultima volta, sfogliai l’elenco del telefono e trovai un cognome pavanese nel Vermont, perché molti se n’erano andati da qui tra Otto e Novecento. Telefonai, i discendenti non parlavano più italiano. L’estate dopo il figlio di quello che era partito, che aveva fatto fortuna facendo lo scalpellino per le pompe funebri, venne a Pavana a vedere da dove era partita la sua famiglia».
Cosa l’affascinava degli Usa?
«La letteratura: Caldwell, Steinbeck, Dos Passos. Il cinema: da ragazzo andavo a vedere film tre volte a settimana. Sognavamo anche di vestirci all’americana: alla fine degli anni Cinquanta arrivavano da là pacchi di abiti smessi, con il mio amico Piero andavamo a vedere cosa c’era, io ricordo che trovai un cappellino da baseball. E poi, in un mondo che musicalmente andava da Vola colomba a L’edera, la musica americana è stata una rivoluzione tremenda. Scoprimmo il jazz, dallo stile New Orleans al cool jazz: solo che per riprodurlo bisognava studiare musica. Ripiegammo sul rock’n’roll: bastavano tre accordi per suonarlo».
Che effetto le fa l’America di oggi?
«Ora c’è Trump: ho sentito Bonaga definirlo paranoico, ha ragione».
Lei che ha visto la guerra da bambino, avrebbe mai pensato di rivederla infuriare oggi?
«No, ma oggi abbiamo Putin, che è animato da una pazzia lucida e ha scatenato una guerra senza senso. E anche se non apprezzo nulla della Repubblica islamica dell’Iran, ancora meno senso ha la guerra scatenata da Trump, un uomo che ha capovolto il mondo cambiando idea ogni tre secondi. Per non parlare di quello che succede a Gaza».
Lo sa che lei compie gli anni lo stesso giorno di Trump?
«Ma anche di Che Guevara!».
A Che Guevara ha dedicato una canzone. Anche se, lo ha detto varie volte, lei non è mai stato comunista.
«Non potevo esserlo: sono sempre stato contro le dittature. Anche se riconosco che il comunismo italiano ha fatto cose importanti per gli operai e le masse. Ma sono sempre stato di sinistra e antiberlusconiano».
Di famiglia democristiana.
«I parenti di pianura, da parte di mia madre, che era di Carpi, erano democristiani. Quelli di montagna, da parte di mio padre, lo erano per motivi diversi: le donne andavano a messa più per tradizione popolare che per fede, gli uomini perché nel Dopoguerra, avendo il mulino, erano già ritenuti dei capitalisti, lo facevano come reazione ai comunisti. Io ho smesso di andare a messa nel 1952, a 12 anni».
È ateo?
«Agnostico, si fa troppa fatica a essere atei. Ma mi onora della sua amicizia il cardinale Matteo Zuppi, è venuto diverse volte a trovarmi. E a volte adopera mie canzoni nelle sue omelie».
Forse lei è un cattolico a sua insaputa…
«Può darsi… (ride)».
Le dispiace che Zuppi non sia stato eletto papa?
«Meglio così, per lui e perché sarebbe stata troppo grossa avere un amico papa! Però una volta mi ha portato, insieme a molti altri tra cui Gianni Morandi, a rendere visita a papa Francesco».
E come andò?
«Andammo in treno da Bologna, ma c’era uno sciopero, ci toccò fare qualche chilometro a piedi per arrivare alla stazione, il viaggio cominciò con delle imprecazioni… Quando papa Francesco mi strinse la mano, recitai le prime due strofe del poema argentino Martin Fierro, e lui le riconobbe subito. Possiedo un vocabolario di 60 o 70 parole spagnole, imparate da canzoni, e fingo di parlare castellano, come dicono loro. La mia fisioterapista colombiana è tutta contenta, mi parla spagnolo come se io lo conoscessi».
Papa Prevost le piace?
«Si veste troppo da Papa, con tutti i paramenti. E poi, avrà avuto le sue buone ragioni, ma mi ha lasciato perplesso la visita a Montecarlo».
Come le pare il governo dopo la sconfitta del referendum?
«Ha attraversato due momenti. Il primo è stato la mestizia: ha vinto il No, dicevano, ma avete perso l’occasione della vita di cambiare le cose. Poi, a poco a poco, si sono ripresi ed è tornata la prepotenza: così hanno cominciato a dire “non pensiate che quei voti sono quelli che prenderete alle prossime elezioni"».
Come definirebbe Giorgia Meloni?
«Albagìa e protervia. Il piano che aveva in mente mi sembra abbastanza lucido».
Cioè?
«Vincere il referendum, cambiare la legge elettorale, ottenere il premierato e farsi eleggere presidente della Repubblica».
Solo che con la vittoria del No al referendum è saltato il primo passaggio.
«E meno male! Speriamo di non sentire più parlare di premierato e di non vedere più quella legge elettorale truffa».
Meloni si lamenta dell’opposizione: dice che loro criticano dal divano mentre lei lavora.
«Come si dice per i giornalisti, e anche per i cantautori, sempre meglio fare la presidente del Consiglio che lavorare».
Ora nell’opposizione si discute di primarie. Le piace la segretaria Elly Schlein?
«La appoggio, anche se qualcuno ritiene che non abbia carisma. Mi dispiace, anche perché uno degli uomini di punta del partito è Igor Taruffi, che è di un paese qui vicino ed è bravo: gli ho fatto da sponsor quando era candidato alle Regionali».
E Giuseppe Conte come le sembra?
«Il tipico avvocato».
È una critica o un complimento?
«Mah… diciamo che non sono un grande amante dei Cinque stelle. Non mi ha mai convinto il principio dell’uno vale uno».
Ma quelli erano i Cinque stelle prima maniera.
«E infatti hanno mandato al potere uno come Di Maio. Che pure adesso fa l’inviato per l’Europa, pensa te…».
Le prossime elezioni le vince il centrosinistra?
«Esperamos!».