La Stampa, 12 aprile 2026
Walter Rolfo parla della sua carriera
«Mi sento Forrest Gump», dice Walter Rolfo. Oggi riempie i palazzetti dello sport raccontando cos’è la felicità e insegna ai manager a migliorare il fatturato, ma non si è dimenticato di quel sogno da bambino: diventare mago. A un certo punto, mentre ti parla, prende tra le mani un biglietto da visita e lo fa levitare. «Ho iniziato con il manuale di Silvan», spiega, e un giorno ha mostrato un gioco alla nonna. «Una donna che ha lavorato tanto e riso poco, sempre vestita di nero. Ho visto quel sorriso e ho detto: domani ne faccio un altro». Prima di YouTube e dell’intelligenza artificiale i pomeriggi si passavano in libreria: «Entravo ovunque e chiedevo: avete libri di magia? Mi davano di tutto, dall’esoterismo alla chimica». Il primo spettacolo è in una pizzeria a Bibione, durante le vacanze estive, a undici anni e mezzo. «Un amico si è presentato al titolare del locale: lui fa magie, se ci date due pizze si esibisce». Lo show finisce a mezzanotte, le Margherite le conserva per il giorno dopo, a colazione. Stare di fronte a un pubblico è una vertigine: «A quattordici anni facevo ottanta serate l’anno».
Per lui «il dono non è far sparire la moneta, è insistere di fronte a uno specchio senza arrendersi. Giorni, mesi, anni, e quando apri la mano e la moneta è scomparsa, hai imparato che, se vuoi realizzare l’impossibile, non devi mai mollare». L’allenamento ti insegna che c’è sempre una soluzione. «In psicologia si chiama autoefficacia: la convinzione che, se c’è un problema, sarai capace di risolverlo. Più è alta, più ti butti nelle sfide. E più ti butti, più sei ottimista». La svolta arriva giovanissimo, con la tv. Vince una trasmissione su Rai Uno, “I Re Maghi”, una specie di campionato italiano di magia. Lavora in America, diventa responsabile degli spettacoli a Saint-Vincent. Quando si trasferisce a Roma per collaborare con la Rai, i maghi sbarcano nei salotti.
Eppure arriva un momento in cui bisogna scegliere. «Non guadagnavo abbastanza», sorride, e per entrare in Viale Mazzini in pianta stabile «ho dovuto uccidere il mago». Walter smette di portare in giro le carte e inizia la sua «battaglia». Parte dalle fotocopie, diventa autore tv, progetta e presenta programmi. Quello che gli resta nel cuore si chiama “ArcanA": un successo su cui, a un certo punto, cala il sipario per le imperscrutabili ragioni che, a volte, regolano l’azienda culturale più importante e antica del Paese. Rolfo ha ancora in tasca entrambi i tesserini, quello di assunzione e quello del giorno in cui ha detto addio. Un amuleto di pazienza, ma la strada è altrove.
«Ho cominciato a lavorare in Sky, ho fondato “Masters of Magic”, programma da 600 repliche, poi è arrivato il Festival di Saint-Vincent e nel 2015 la presidenza del Campionato mondiale di magia, al suo debutto in Italia». Nel 2025 la kermesse finisce a Torino: «Mezzo milione di spettatori live, sold out ovunque».
Nell’era dell’intelligenza artificiale rincorrere la meraviglia sembra una missione impossibile: «Il mondo si sta polarizzando tra commodity ed eccellenza. C’è chi paga 150 euro un concerto, va a cena fuori spendendo cifre da capogiro: a giustificare tutto è l’esperienza». Restare a bocca aperta è una delle poche cose per cui vale la pena aprire il portafoglio. L’Ai è uno strumento decisivo, ma va maneggiato con cautela: «Stiamo parcheggiando il cervello», ammette. E leggere un libro in più resta una via d’uscita.
«La nostra, anche se è straordinaria, è considerata l’arte dei clown. Colpa delle persone che hanno preconcetti, ma anche dei maghi», riflette, pensando a quell’armamentario fatto di cilindri, conigli e bacchette. Walter ci ha lavorato ossessivamente: «Non parlo di trucco, parlo di prestigio, di meraviglia, di stupore. Le parole costruiscono il racconto, e quindi le emozioni». Nel suo mondo qualcuno dice che esistono due ere: prima e dopo Walter Rolfo. Cinque Guinness dei primati nel curriculum, un Ted talk nel 2012 che rappresenta una svolta. «Insegnavo a pensare in “impossibilese”, che è quello in cui credo». Quel video rimbalza ovunque e diventa il primo passo verso il mondo del business: keynote, coaching, team building. «Tutto parte da una domanda: cosa possiamo fare di diverso dagli altri?».
A cinquantaquattro anni, con due lauree, Walter guida un gruppo di una trentina di persone, con sede in piazza Massaua a Torino. «Aiutiamo le aziende a realizzare l’impossibile». Tra i clienti ci sono i colossi di Piazza Affari: Generali, Unicredit, Poste Italiane, Crédit Agricole, Sanofi. Le società «vanno avanti perché c’è un venti per cento di persone straordinarie che fanno cose folli e l’ottanta per cento segue. Il problema è che questo finirà». Per Rolfo è decisivo misurare tutto: ha creato «Le palestre della mente», un format che allena i processi cognitivi dei manager come un personal trainer allena i muscoli. Anche dare un nome alle proprie emozioni, dice, è un allenamento che salva la vita: «Orwell in 1984 aveva inventato la neolingua per far sì che le persone pensassero meno. Le emoticon sono esattamente quello».
A metà marzo al PalaInalpi di Torino per il suo Festival della Felicità c’erano dodicimila persone. Rolfo, lei è ricco? «No. Ma sono stato tanti anni nei casinò, ho visto la gente ricca: non mi sembravano tanto felici. I soldi sono una conseguenza delle ambizioni, e le ambizioni sono la conseguenza dei sogni. Io sono un cultore dei sogni». Lo status, dice, conta poco: la Smart di dieci anni con cui si muove è una testimonianza quasi plastica. «Potrei comprare una macchina nuova, ma non me ne faccio niente. Ho i genitori, una compagna, se potessi mettere in pausa la vita, lo farei». Non è vero: presto arriverà una bambina e tutto ricomincerà ad accelerare ancora di più.