La Stampa, 12 aprile 2026
Raffaele Sollecito parla del suo attivismo animalista
«Da adolescente mi sfogavo con il cibo. Avevo problemi di auto accettazione del mio corpo. Poi, dopo essere uscito dal carcere e aver ricominciato la mia vita, ho cercato di capire da dove veniva quello che mettevo nel piatto. E mi si è aperto un mondo». Raffaele Sollecito per molti è ancora il personaggio mediatico – prima accusato e infine assolto in via definitiva – dell’omicidio di Meredith Kercher, la studentessa inglese trovata con la gola tagliata a Perugia nel 2007. Un controverso iter giudiziario che aveva inizialmente portato alla condanna di Sollecito e Amanda Knox, fino alla loro definitiva assoluzione, nel 2015, per non aver commesso il fatto e alla condanna di Rudy Guede. Oggi Sollecito ha 42 anni, si è affermato nella sua professione di cloud architect e in questo periodo vive a Berlino, per perfezionare il tedesco. È diventato un attivista per la tutela degli animali.
Lei sostiene ci siano analogie tra l’incarcerazione umana e quella animale.
«Sono la stessa cosa, con la differenza che gli animali vengono sfruttati e torturati. Basta guardare i video dei macelli. La mia conversione vegana è nata anche dall’orrore di quelle immagini e verso un sistema malato per come tratta queste creature che hanno emozioni e dolori. In carcere ho visto situazioni estreme dove i detenuti, per stress o esasperazione, tentavano il suicidio o di fare del male agli altri. E questo si vede anche nelle gabbie degli allevamenti intensivi».
Anche Amanda è diventata attivista, occupandosi delle vittime di errori giudiziari. A quel tempo eravate fidanzati da poco. Lei è tornata in America, ha una sua famiglia e siete rimasti in contatto.
«Diventare attivisti deriva da ciò che abbiamo passato, per dare un senso a tutto il dolore che non ha avuto giustizia. Se avessi saputo quello che sarebbe successo dopo, probabilmente avrei tentato il suicidio. Mi riferisco alla carcerazione e a tutto il resto. Non è giusto che, dopo quello che ho passato, devo essere ancora coperto da sospetti. Sono deluso dalle istituzioni. C’è una sentenza di assoluzione nella quale si parla di errori investigativi, di giudizio influenzato dalla sovraesposizione mediatica eppure, nelle ultime righe, si insinua che Amanda fosse sulla scena del crimine e, di conseguenza, anch’io. Ci hanno assolti perché non c’erano prove contro di noi, ma ci hanno lasciato un marchio addosso, peraltro frutto di un parere personale».
Si ritiene vittima di un errore giudiziario e ha chiesto un risarcimento allo Stato.
«Non ho avuto nulla. Sono incensurato, la mia famiglia ha dovuto spendere un milione e 300mila euro per un processo in cui sono innocente. Soldi che sono usciti dal lavoro di mio padre e dall’eredità di mia madre. I miei nonni hanno lavorato una vita per cosa? Per pagare lo Stato. I pubblici ministeri non si toccano, gli inquirenti neppure. Dicono che abbiamo ostacolato le indagini. Invece mi sono sempre messo a disposizione. Sono andato in questura tutte le volte che mi chiamavano e così anche Amanda. Eravamo due ventenni, con la minaccia del carcere a vita».
Lei è stato in cella dal 2007 al 2011. Il ricordo peggiore?
«Tanti, anche banali: non poter scegliere cosa fare durante la giornata, non respirare all’aria aperta, non avere contatti con gli affetti se non durante i colloqui. E poi c’erano i secondini che ti trattavano con rispetto e quelli che sfogavano le proprie frustrazioni sui detenuti. Come quando ero in biblioteca da alcune ore e un poliziotto ha fatto finta di non sentire che avessi bussato alla porta per chiedere di andare in bagno. Pratiche vessatorie che fanno male. Eppure la famiglia e gli amici mi hanno dato la forza di resistere».
Cercava di immaginare il suo futuro?
«Tenevo vivo il desiderio di costruire la mia carriera. Ho continuato a studiare e rimanere lucido. Era una promessa che avevo fatto a mia madre che non c’era più. Prima dell’arresto, dovevo laurearmi. Alla fine ho discusso la triennale in Informatica in carcere e, contestualmente, ho iniziato la specializzazione in Ingegneria. Mi sono laureato quando sono uscito, con un bagaglio di conoscenze su tutte quelle tecniche che oggi sono diventate alla base dell’Intelligenza Artificiale. Adesso lavoro come consulente aziendale. Devo ringraziare alcuni imprenditori di Milano che hanno creduto in me, dandomi le prime opportunità».
È stato facile?
«Un percorso pieno di curve. Soprattutto all’inizio, il mio nome mi ha preceduto. Era difficile trovare aziende che superassero il pregiudizio nei miei confronti visto il clamore mediatico. C’è chi si è tirato indietro dopo avermi fatto firmare un contratto. Ho provato tanta rabbia e indignazione. È accaduto in Francia quando, dopo un trasloco e due giorni di lavoro, mi chiesero di tornare a casa perché la mia figura era troppo ingombrante. Poi, a Londra, una compagnia assicurativa disse che gli uffici erano vicini alla casa della famiglia di Meredith e avevano timore che nell’azienda potesse esserci qualche suo parente che aveva qualcosa da ridire. Non ho fatto niente alla famiglia di Meredith, ma non avevo la forza di affrontare una causa. L’ultimo episodio è accaduto a Stoccolma: mi spiegarono che, avendo a che fare con il mondo bancario, dove vale anche l’immagine, non se la sentivano di rischiare».
Prima del 2007 Raffaele che ragazzo era?
«Timido, riservato, insicuro. Ma con tanti sogni. Avevo già fatto esperienza in Germania, dove l’Erasmus era servito per staccare dalla consapevolezza dolorosa di non avere più una madre accanto. Stavo cercando di rialzarmi. Poi è arrivato il carcere: è stato terribile, una situazione durissima».
Il suo nome continua ad essere legato a un caso giudiziario tra i più controversi. Che effetto fa, dopo tutti questi anni?
«C’è una parte di opinione pubblica che mi considera estraneo ai fatti, altri mi giudicano colpevole. Eppure sono stato quattro anni in carcere da innocente. La sentenza di assoluzione, con quei sospetti, è terreno fertile per i colpevolisti, per chi detesta me e Amanda. I pubblici ministeri, come spesso accade in Italia, non hanno mai pagato per gli errori commessi. Leggo commenti di gente che pensa che il caso sia ancora irrisolto, proprio a causa di questi stigmi. E così vincono gli odiatori che amano mettere in contrasto, come se ci fossero delle tifoserie. Ma qui si tratta della vita vera e di una sofferenza che ti cambia la vita».