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 2026  aprile 12 Domenica calendario

La Regina dei carcerati: come ho ritrovato la Madonna dipinta da Mario Schifano in prigione

Il Puma mi è tornato in mente quando di nuovo sono entrato dal pizzicagnolo a chiedergli “un panino da bimbo”, cioè trenta grammi di pane e un pezzetto di formaggio. Del resto lui ha firmato un ciclo intitolato: Io sono infantile. Poi hanno incominciato ad attanagliarmi i due cuori colanti sangue (un quadro) che adoravo ma me ne privai, così schifaneschi, selvaggi, da scaricarti addosso una zampata. E ancora una palma gigante. Quella era delicata, venata di viola, non di metallo ad altezza uomo che regalò all’ultimo feroce bandito di Roma, Laudovino De Sanctis, come sua figlia Monique mi ha confermato.
D’altra parte un tempo criminali e artisti andavano a braccetto, se non altro per quella ossessione di assoluto che gli faceva bruciare al volo ogni cosa. A Lallo lo Zoppo sì, fece un bel regalo, a Franco Califano neppure a pagare oro gli volle vendere un dipinto, forse perché Schifano era sotto sotto in competizione con il Califfo per via del “collezionismo” di donne. Infatti non è una leggenda quella di scattare oltre duemila polaroid di nudi, dalle aristocratiche fino alle donne di servizio, che quando sua moglie le scoprì lui non fece altro che ripetere: «Non ne sapevo niente! Non ne sapevo niente!».
Pure Keith Richards al telefono gli disse che se non gli rimandava indietro Anita Pallenberg, gli avrebbe fatto visita «un tipo di Marsiglia». Mentre a Mick Jagger, si dice, che per riconquistare la Faithfull gli bastò un grammo di eroina. Curioso l’intrecciarsi di Schifano con gli Stones. Loro gli dedicarono un brano: Monkey Man; Mario li ascoltò tutta la vita come colonna sonora per schizzare a velocità animale il suo smalto sulle tele. Sta di fatto che mi sono ricordato degli Altipiani di Arcinazzo, che è una località tra la provincia di Roma e quella di Frosinone, a ridosso dei monti Simbruini, e di quando in un albergo che si chiama San Giorgio vidi una schiera di Schifano appesi al muro.
 
Sapevo che lì aveva passato un anno orrendo, il 1981, forse anche costretto da tipi loschi che lo perseguitavano. Ecco allora un’illuminazione da acido lisergico: forse da quel posto mi era giunta voce che in un carcere Schifano aveva tracciato sul muro un qualche disegno. Tutto obliato, rimosso. Allora mi ha preso una smania di sapere, di cercare. Sono andato ad Arcinazzo, ho conosciuto Simona e Andrea che avevano avuto per anni a che fare con Mario. Simona ebbe in dono dal marito per la nascita del primo figlio un suo quadro: Cosmesi; Andrea si vide lanciargli addosso alle tre di mattina una Pepsi-Cola dal pittore che comprava nei negozi dei due fratelli scarpe numero 47, occhiali Porsche, perché non era la Coca-Cola che pretendeva.
Ho visto la casa nel bosco affittata diversi anni. Un casone squadrato. Poi ho rotto gli indugi: ho trovato il contatto con il carcere di Frosinone dove sapevo che Schifano era stato per tre mesi dopo l’arresto presso l’Autogrill La Macchia Sud sulla Roma-Napoli, per 33 grammi di eroina pura il 18 dicembre del 1982. Era con Giuseppe Fantauzzo. Così chiamo la dottoressa Laura, che è la vicedirettrice della casa circondariale, mi dice con gentilezza che lì hanno «qualcosa». Parto, dunque parto! sapendo soltanto poche ore prima che quel “qualcosa” di Mario Schifano non è nel carcere nel centro di Frosinone ma nel carcere a Frosinone Nord, deviazione Casilina. Non ci capisco più niente. Ma ho il lasciapassare.
Sono in viaggio. Il carcere me lo trovo dinanzi, oltre il cancello. Laura Notaro mi aspetta. Entro in un edificio di lato al penitenziario vero e proprio. Mi aspettavo di entrare in una cella, mi aspettavo di accedere a un blocco di cemento nero e invece no. Mi riceve il direttore Francesco Cocco, i collaboratori Federica, Pina, il tecnico Pasquale, la guardia Gianni. Mi attorniano. Mi sento “infantile”, smarrito, avverto le celle dei detenuti apparentemente cancellati ma che battono in un cuore solo e muto. Capisco che Mario Schifano non è stato detenuto per tre mesi qui, non è stato picchiato qui, non ha scritto lettere d’amore qui per i compagni analfabeti. Il vecchio carcere non c’è più. Raso al suolo. Al suo posto mi trovo al cospetto di una gigantesca tela azzurra con una altrettanto gigantesca Madonna incoronata che si posa tra le nuvole. Sono in bambola. Cerco di tornare lucido. L’emozione mi strangola: sono il primo del mondo esterno a vedere questo dipinto di 3 metri e 60 centimetri di lunghezza e un metro e 86 di altezza, con una cornice fatta alla buona; e senza cornice 3 metri e 48 per uno e 82. Ho scoperto l’America. Ho scoperto l’unica Madonna dipinta da Mario, ho scoperto la Regina Coeli che rimanda all’omonimo carcere romano. Ho scoperto l’inizio di tutta la sua pittura degli anni Ottanta. Il colpo di reni nel battere nel giaciglio la Transavanguardia.
Pasquale e Gianni mi spiegano meglio che il dipinto rimase dal 1983 (presumibilmente dipinto), fino al 1991 (anno di chiusura) nel vecchio carcere. Sempre nel 1991 fu portato qui e inchiodato sulla parete di questa sala riunioni. «Prima stava nella chiesetta del vecchio», mi dice Gianni. Pasquale, con enorme discrezione, aggiunge che si trattava di una saletta adibita a chiesa, in quel carcere “feroce”, “orrendo”. Tremo di fronte alla Madonna di Schifano, mi viene di intitolare il meraviglioso dipinto: La Regina dei Carcerati. Gli spetta, è un dovere perché in basso a destra Mario scrisse la dedica rivolta ai compagni di dolore: DEDICATA A TUTTI VOI. Poi, dopo lungo interpretare le parole, decifro: DA ALA S1. Nelle visite successive al Penitenziario Giuseppe Pagliei, insieme a Pasquale e ai suoi ricordi sappiamo con certezza che quel ALA S1 è il braccio dove Mario stava soffrendo.
Dall’orrore Schifano partorì una immensa e unica Madonna fatta di scheletro col viso bucato con una maestosissima corona in testa. Dettata dallo smalto che ricorda l’azzurro del Tiepolo; la Madonna Regina con le braccia aperte, nella premura materna di accogliere i compagni di cella di Mario e tutti i prigionieri. Ha posa anche teatrale; è speculare alla Madonna del Parto di Piero: lei con la manina sul ventre e i lembi di una probabile quinta ai lati; questa sul proscenio delle nuvole. Sono agitatissimo. Con il direttore Francesco Cocco, Laura, Pasquale… siamo famiglia, ci abbracciamo mentre avverto la tensione spasmodica di stare accanto a un cuore nero di giungla dove alloggiano 635 detenuti. Mario Schifano il suo dipinto lo firma quattro volte. Diremmo: lo firma col sangue e il colore dell’eroina che sta cercando di strappare dalle sue vene. Una firma vermiglio è in alto a destra; una grigiastra quasi al centro sempre destro; la terza è in cima a sinistra bianca e la quarta di taglio in basso sempre a sinistra del colore vermiglio.
Alla fine della mia prima visita siamo andati a mangiare alla mensa. Ho bevuto pure un bicchiere di vino di Malvasia. Ho mangiato un cacio primo sale. Mario Schifano ci ha benedetti. Dipingendo questo quadro ha cacciato da sé “la bianca vestita”. Si è preso la Regina e ha mollato l’eroina. Ormai sono un detenuto di questo carcere. Sono un privilegiato.