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 2026  aprile 12 Domenica calendario

Le strette di mano tra Usa e Iran

Il primo riconoscimento diplomatico tra Stati Uniti e Iran, allora Regno di Persia, risale al 28 giugno 1850, quando il segretario di Stato John Middleton Clayton autorizza l’ambasciatore a Costantinopoli, George P. Marsh, a negoziare un «trattato di amicizia e commercio» con il collega di Teheran. L’Iran è sospeso tra influenza di Mosca e Londra fino alla II Guerra Mondiale, con i russi in ritirata dopo la rivoluzione comunista del 1917, la Gran Bretagna decisa fino al 1919 a conquistare una nuova colonia, fino al colpo di Stato del 1925 e al Regno di Reza Khan Pahlavi.
Gli Stati Uniti erano lontani, incerti, la sola presenza bonaria i missionari a predicare fede cristiana, fra scuole e ospedali, e il finanziere William Morgan Shuster a proporre le virtù di Wall Street e del capitalismo. La II Guerra Mondiale vede inglesi e russi a fare Risiko in Iran, subito prima linea nella Guerra Fredda, dopo il 1945. Il Cremlino ha fame di petrolio ma nel 1951 il premier laico Mohammad Mossadegh sorprende tutti, nazionalizzando le riserve di greggio, per la furia di Downing Street.
La prima reazione americana, annota lo storico Misagh Parsa, fu positiva, i giovani diplomatici liberal del Dipartimento di Stato vedono in Mossadegh un Lincoln persiano. La neonata Cia fiuta invece il colpo di Stato sovietico e spedisce a Teheran Kermit Roosevelt, nipote del presidente, spia da bar e bordelli, che trama contro il premier nell’Operazione Aiace, lo depone e insedia sul Trono del Pavone Mughal lo scià Reza Pahlavi, nel 1953, celebrando l’impresa nelle memorie “Countercoup”.
Il presidente Eisenhower rivendica l’operazione da vittoria strategica, ma nel 2014, epoca di disgelo alla Casa Bianca con Obama, l’analista del Council on Foreign Relations Ray Takeyh rivelerà che non c’era alcun pericolo di influenza russa, la Cia agì da sola, senza ok del governo, in un’avventura che da 80 anni macera nel sangue i due paesi.
Per un quarto di secolo lo scià, amato dai rotocalchi popolari per le tre bellissime mogli, Fawzia Fuad, la malinconica Soraya Esfandiary-Bakhtiary e Farah Diba la madre dell’erede che scalpita oggi, è foraggiato dal Dipartimento di Stato, ma l’odio della popolazione, con la feroce polizia politica Sawak a impiccare i leader democratici, porta infine al potere nel 1979 l’ayatollah Khomeini: già il suo primo discorso è rivolto contro «Satana America!». In Europa intellettuali alla Michel Foucault e militanti di Lotta Continua vanno in tripudio per rivoluzione, e chissà se a Washington la spia Roosevelt capisce infine il disastro Cia 1953.
Il saggio diplomatico Gary Sick incoraggia il presidente Carter a incontrare i moderati iraniani, come Mehdi Bazargan, il falco Zbigniew Brzezinski ci prova, ma la reazione fondamentalista è rabbiosa, con l’assalto all’ambasciata Usa a Teheran, 52 ostaggi a languire fino al 1981, il raid fallito nel deserto, Operazione Artiglio d’Aquila, che umilia Carter, gli accordi di Algeri confermano il rancore, Reagan già presidente.
Washington arma l’Iraq nel sanguinoso conflitto 1980-1988 contro l’Iran, quasi due milioni di morti, e neppure la fine della Guerra Fredda, 1989, riscalda il clima.
Barack Obama, con il trattato sul nucleare, prova a cambiare paradigma, i ministri degli Esteri John Kerry e Mohammad Javad Zarif siglano intese a Vienna, provando perfino a sorridere in una foto che scatena un gruppo di parlamentari di destra contro il «tradimento». L’ex Segretaria di Stato Madeleine Albright commenta amara «Né noi, né l’Iran possiamo dimenticare il passato. Il tema è se lasciare che il passato geli il futuro».
La profezia di Albright suona perfino ottimista, davanti al 2025-2026 che incendia il Golfo nelle guerre di Trump e del premier di Israele Netanyahu. Con il Mar del Petrolio in secca, l’ansia alle stazioni di servizio, l’inflazione Usa al 3,3% e il consenso ridotto al 36%, Donald Trump investe sul vice, JD Vance, ad Islamabad, nel Pakistan nucleare, con il genero Jared Kushner e l’inviato Steve Witkoff, reduce dal fallimento accordi di pace Ucraina. L’Iran ha l’astuto ministro degli Esteri Abbas Araghchi, considerato nelle cancellerie un pragmatico, e lo speaker del Parlamento Moahammad Bagher Ghalibaf, a sua volta ritenuto un duro.
Il filo così brillante del 1850 è ormai una miccia. Trump sa di avere perso la mano e consegnare la trattativa a Vance è un modo per affibbiargli le colpe, ove il tavolo saltasse. L’Iran è sopravvissuto al blitz malgrado i leader caduti, ha lo Stretto in pugno, ma non può alzare troppo la posta, innescando la crisi economica mondiale: i padrini cinesi e il presidente Xi Jinping non lo permetterebbero. Da lontano, le ombre di Mossadegh e del golpe di Kermit Roosevelt si allungano a noi, fantasmi senza giustizia.