Corriere della Sera, 12 aprile 2026
Intervista a Linus
Il 15 aprile Linus, al secolo Pasquale Di Molfetta, Linuccio per i parenti stretti, compie 50 anni di radio.
Qual è stata la prima?
«Radio Hinterland Milano 2, a Cinisello Balsamo. Fare radio negli anni ‘70 era come essere un influencer o un creator oggi: nessuno sapeva farlo, era molto democratico».
Quanti anni aveva?
«Diciassette, diciotto. Un mio compagno di classe mi propose di fare un provino nella sua trasmissione».
E trovò Gerry Scotti.
«Era uguale a ora, già con l’atteggiamento da vecchio zio. Me lo ricordo con una maglietta bianca e blu a righe e la due cavalli azzurrina. Aveva questa facilità di parola, un modo affascinante di comportarsi, veleggiava a un livello molto più alto del nostro».
Il primo disco messo?
«Wake Up Everybody di Harold Melvin: mi fa fare sempre bella figura, perché gli appassionati di musica anni ‘70 la reputano una delle canzoni più belle in assoluto».
Per colpa della radio ripeté tre volte la quinta superiore.
«Non sono mai stato uno studente modello, però mai rimandato. Ero solo un piccolo teppista: se quella mattina decidevo che dovevamo andare a giocare a biliardo, non si entrava. Studiavo all’Itis, la tragedia di qualunque maschio adolescente: le prime ragazze comparvero quando ero in terza, ma potete immaginare la concorrenza».
Si diplomò alle serali. Perché?
«Dopo la prima bocciatura mia madre disse che dovevo cercarmi un lavoro. Di giorno andavo in fabbrica, tagliavo e incollavo fogli di kevlar. Poi facevo le serali. E dalle 22 a mezzanotte stavo in radio: mi ci accompagnava in macchina mia sorella Maria Antonietta. Mi sentivo Lupo Solitario di American Graffiti».
Trascinò in radio suo fratello Albertino. Che rapporto avete?
«Lo contagiai che aveva 12 anni: passavamo i pomeriggi ascoltando canzoni e sognando. Abitiamo a 500 metri di distanza a Milano e siamo vicini anche a Riccione. Lavoriamo tutto il giorno nello stesso palazzo, ma non ci vediamo mai, o pochissimo. Andiamo d’accordo, ci vogliamo bene, ma credo che non potremmo essere più diversi. Non abbiamo un rapporto particolarmente intenso. Però sono felice di una cosa».
Quale?
«Che i nostri genitori siano vissuti abbastanza per vederci trasformare il nostro sogno in qualcosa di concreto».
È più pugliese o milanese?
«Credo più milanese. I miei erano pugliesi, ma io sono nato a Foligno, dove si erano trasferiti. E siamo venuti a Paderno Dugnano che avevo due anni e mezzo: di giorno non c’era anima viva, poi di sera con il treno delle Ferrovie Nord si ripopolava. Ho molto sofferto la sensazione di essere lontano da dove le cose accadevano».
Davvero ha fatto 11 maratone di New York?
«Ne ho fatte anche a Londra, Parigi, Berlino. Ma non posso dimenticare quella di Firenze, dove ho fatto il mio record: tre ore e 27, l’eccellenza degli scarsi».
L’anno prossimo compie 70 anni, ne dimostra venti di meno. Cosa mangia?
«Normale, senza stravizi: non sono vegetariano, bevo il vino, sono goloso di dolci. Ma credo che la fortuna sia nel Dna: pure mio fratello sembra più giovane».
Ha mai fatto uso di droghe?
«Da ragazzo. Negli anni ‘80 ho lavorato in discoteca e un grande classico, a fine serata, era il titolare che oltre ai soldi ti offriva una striscia di coca».
E lei la prendeva?
«Cercavo di non farlo, per un motivo semplice: quando poi tornavo a casa non riuscivo a dormire».
A settembre comincia la trentesima stagione di Deejay Chiama Italia con Nicola Savino. Ormai siete una coppia di fatto. Potrebbe fare il programma senza di lui?
«Sì, potrei, anzi lo faccio già quando non c’è. Ma cinicamente ammetto che Nicola mi serve per essere più simpatico: con lui sono autorizzato a essere anche stupido».
Ne invidia il successo in tv?
«No, anche perché ha scelto di fare cose che io comunque non avrei mai fatto. Abbiamo gusti televisivi diversi, io guardo pochissimo la tv generalista, non mi piacciono i varietà. Non sono geloso di una cosa che non mi interessa».
Nemmeno il rammarico di non aver sfondato in tv come altri ragazzi di Via Massena, tipo Amadeus o Fiorello?
«Un po’ di rimpianto ce l’ho, perché mi pare che la radio sia vista come la Serie B della televisione. È frustrante: ogni giorno mi segue un milione di ascoltatori, in tv sarebbe un successo. Ma c’è un altro tema».
Quale?
«A differenza di altri artisti che lasciano canzoni o film, quando io avrò finito di fare la radio di me non resterà niente. Quello che faccio si consuma mentre lo sto facendo».
Per la tv, comunque, è stato autore di Celentano.
«Celentano è autore di se stesso, perché alla fine si fa sempre come vuole lui! È un personaggio di cui non puoi non sentire la fascinazione. Mi colpì che avesse bisogno del gobbo per cantare Azzurro, ma in realtà lui ha fatto pochissimi concerti, non come De Gregori, che le canzoni le sa tutte a memoria. Da poco sono andato a sentirlo al Fabrique e anche io ricordavo tutti i testi di Rimmel».
Il primo ricordo pubblico?
«In bianco e nero: le Olimpiadi di Città del Messico, il pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos e il record di Bob Beamon nel salto in lungo. E poi ho il ricordo nitido, ma avevo già 12 anni, di Italia-Germania 4-3 ai Mondiali del ‘70. Faceva caldissimo, non esisteva l’aria condizionata. Io ero già andato a dormire, ma mio padre venne a svegliarmi. Ho questa immagine di me seduto accanto a lui, in canottiera e mutandine larghe, come nel film Io non ho paura».
Il primo ricordo privato?
«La mia ombra, che scopro fuori dal cancello, sulla strada: avevo 4 anni».
La prima volta che ha fatto l’amore?
«Con Marisa, a 19 anni. Ci eravamo conosciuti in settimana bianca, i miei amici mi avevano spinto dentro la sua stanza perché io ero troppo timido. Fece tutto lei».
Lei timido? È stato a suo modo un sex symbol.
«Direi più teen-idol: per sei anni sono andato in onda tutti i pomeriggi su Deejay Television. Mi guardava perfino Kobe Bryant: quando me lo raccontò non potevo crederci».
Si sposò con Anna.
«Siamo stati insieme undici anni, di cui quattro sposati. Non ci sentiamo più e mi dispiace. L’ultimo anno fu veramente difficile: durante la diretta in radio litigavamo al telefono tra una canzone e l’altra».
Poi è arrivata Carlotta.
«L’avevo conosciuta all’Aquafan di Riccione, dove Radio Deejay si trasferiva ogni estate. Lei aveva sedici anni ed era uno splendore, una di quelle ragazzine fresche e sempre sorridenti che avresti voluto conoscere alla sua età: conserva ancora il mio autografo nel diario. Ci ritrovammo dopo che mi ero separato. A giugno facciamo le nozze d’argento».
Avete due figli. Chi ha seguito le sue orme?
«Michele: ha 23 anni e fa finta di studiare a Londra, mentre cerca di farsi strada come deejay e documentarista. Filippo a maggio ne compie 30 e lavora in un’agenzia che si occupa di fare lobby».
L’intelligenza artificiale l’angoscia?
«Mi lascia un po’ disarmato, non saprei come arginarla. Ma dal punto di vista della creatività artistica credo non ci sia troppo da preoccuparsi: quando è uscito Avatar si pensava che quello sarebbe stato il futuro del cinema, invece non ne ha cambiato le sorti. Mi preoccupa di più la mancanza del rapporto umano».
Da due anni Radio Deejay d’estate non si trasferisce più a Riccione. Le dispiace?
«La storia con Riccione è durata quasi 40 anni ed è stata bellissima. Non avremo con nessun’altra città un rapporto come quello. Ho trovato molto sgarbato il modo in cui per gli interessi di qualcuno hanno preferito chiudere una storia come la nostra, in modo così miserabile: non glielo perdonerò mai. Ma questo non cambia il mio affetto, ricambiato, per Riccione. Poi, sapete, le giunte durano poco. Ancora un anno di pazienza e sarà finita anche questa».
Ha conosciuto Theo Kyriakou, il magnate greco che ha appena acquistato «Repubblica» e le radio dell’ex Gruppo Gedi?
«Sì, ho avuto il piacere di incontrarlo al Bulgari di Milano ed è una persona che mi ha fatto una buonissima impressione, molto simpatico. Abbiamo parlato in inglese».
John Elkann lo ha sentito?
«Sì. In questi sei anni abbiamo avuto modo di frequentarci parecchio, mantengo nei suoi confronti una forma di rispetto. Come lui stesso ha detto, forse non erano la realtà giusta per gestire noi. Del resto, il lavoro di editore non te lo inventi da un giorno all’altro e loro non avevano esperienza dal punto di vista editoriale, come invece Kyriakou».
Il suo contratto quando scade?
«A fine anno. Mi è già stato chiesto di prolungarlo, ma non c’è fretta».
Cinquant’anni di radio sono tanti incontri. Battisti?
«Lui lo incontrai solo all’aeroporto, mentre aspettavamo il pullmino: era vestito come un commercialista, con il loden, la valigetta 24 ore, le scarpe inglesi. Ho provato a incrociare il suo sguardo per salutarlo, ma mi ha fulminato».
Lucio Dalla?
«Eravamo amici. Matto come un cavallo. Si era fissato che doveva fare un disco, ma non si doveva sapere che l’artista era lui: nacque così Domenico Sputo. Arrivava con una scia di profumo di patchouli e costosissimi cardigan di cashmere che lasciava cadere per terra con noncuranza».
Il più antipatico?
«Mi verrebbe da dire Sting, ma lui ci gioca col fare l’antipatico. Annie Lennox guardava me e Nicola come fossimo due cretini. Usain Bolt rispondeva a monosillabi, non gli importava nulla di essere in radio con noi. Mentre da poco Noah Wyle, l’attore di The Pitt, è stato generosissimo».
Fonzie?
«Ha fatto il record di fotografie: tutto il palazzo era venuto in processione per farsi un selfie con lui».
Sylvester Stallone?
«Ho una foto di lui che si toglie lo stivale per farci vedere dove lo aveva comprato».
Crede in Dio?
«Credo in senso lato: penso che la religione sia una specie di codice della strada che gli uomini hanno scritto per convivere pacificamente».
Come immagina l’aldilà?
«Non riesco a immaginarlo. Mi piace pensare che ritroveremo le emozioni belle e nessuna delusione. La morte non mi fa paura, la sofferenza sì».
La canzone che canta sotto la doccia?
«Non canto mai».
Non ha nemmeno una «sua» canzone?
«Forse Piano Man, di Billy Joel. L’ho visto in concerto al Madison Square Garden con mio figlio Filippo».
Condurrebbe Sanremo?
«La direzione artistica per me sarebbe una passeggiata, ma anche presentarlo è la cosa più facile del mondo. Il difficile è arrivarci: non sono abbastanza nazionalpopolare».
Prodi la contattò per raggiungere gli elettori più giovani. Come andò?
«Era il Prodi bis. Mi disse che suo fratello gli aveva suggerito di contattarmi e che gli avrebbe fatto piacere incontrarmi».
Dove vi siete visti?
«A Milano a casa mia, lui era venuto per il matrimonio della figlia di Mario Monti. Le due auto di scorta lo aspettavano per strada. Ho anche presentato un suo libro».
Le chiedono ancora di fare il sindaco?
«Sì, ma non lo farò. Sono troppo abituato ad avere il controllo totale di quello che faccio. Ma mi sono impegnato nella direzione della Milano Music Week a novembre».
Quando farà una mostra dei suoi quadri?
«Quando smetterò di regalarli. Però mi piacerebbe».
Lo stile ricorda Hopper.
«È a lui che mi ispiro. Sono orgoglioso del mio hobby, anche Bob Dylan dipinge».
Di quale cosa fatta in radio è più orgoglioso?
«Se ho avuto un merito in questi anni è stato di tenere insieme la squadra, che nel frattempo si è triplicata. E poi sono orgoglioso degli eventi: alla Deejay Ten di Milano vengono in 40 mila, alla festa della radio a giugno 200 mila».
Il premio cui tiene di più?
«Potrei dire i Telegatti: uno come personaggio rivelazione dell’anno. Ma la verità è che fino alla metà degli anni 90 era tutta proprietà intellettuale di Cecchetto, me compreso».
Nemmeno l’Ambrogino l’ha emozionata?
«Altroché, ne sono molto orgoglioso: è stato uno dei momenti più belli della mia carriera»