Corriere della Sera, 12 aprile 2026
I sorrisi degli astronauti prelevati in mare
L’ultimo sospiro di sollievo sarà stato tirato dallo staff della Nasa dopo aver sentito la voce del comandante Reid Wiseman esclamare, dopo sei minuti di silenzio, «Houston, vi sentiamo forte e chiaro». In cielo si inizia a scorgere un puntino, che assomiglia sempre meno a quella palla infuocata che ha attraversato l’atmosfera e riprende sempre più le fattezze di una sorta di disco volante un po’ «ingrassato». È il modulo della navicella Orion che sta riportando gli astronauti a terra. L’ultima fase della missione Artemis II si conclude alle 2.07 e 47 secondi (ora italiana) della notte tra venerdì e sabato, quando il modulo si immerge nelle acque dell’Oceano Pacifico, al largo delle coste della California meridionale. Per poi rimanere a galleggiare grazie all’aiuto di cinque airbag in attesa del recupero.
Lo splashdown è l’ultima fase della manovra di rientro, la più pericolosa. Tutto è andato secondo i piani e per la Nasa è un successo, che apre a nuovi piani il ritorno degli esseri umani sulla Luna.
Le procedure sono iniziate – faremo riferimento al fuso orario italiano, nove ore avanti rispetto al luogo di ammaraggio – verso le 21.00 di venerdì. I propulsori sono stati accesi per 8 secondi: l’ultima spinta di Orion verso la Terra. A bordo gli astronauti Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen hanno rimontato i sedili. Prima di accomodarsi, hanno indossato le tute arancioni «di sopravvivenza»: svolgono una funzione cruciale di sicurezza durante le fasi più delicate del volo. Come questa. Loro sembrano sereni: il comandante Wiseman racconta la meraviglia dell’alba sulla costa occidentale dell’Australia. La Terra è lì, sotto di loro.
Intanto nel Pacifico si sono organizzate le squadre di recupero: sulla nave Usa John P. Murtha c’è lo staff della Nasa e quello della marina militare statunitense, così come gli elicotteri che andranno a recuperare l’equipaggio dopo l’ammaraggio. Arriva anche Jared Isaacman, amministratore dell’agenzia spaziale.
Tornando in orbita, è ormai ora di rientrare. All’1.33 di notte di sabato il modulo di servizio —fornito dall’Agenzia Spaziale Europea – si separa dal modulo dentro cui si trovano gli astronauti per mostrare lo scudo termico, un componente fondamentale perché serve a proteggere la navicella dalle altissime temperature, di oltre 2.700 gradi, che incontra attraversando l’atmosfera. Nella prima missione di Artemis —un volo di prova senza esseri umani – era stato danneggiato. Per questo motivo si è scelta una rotta più verticale, per ridurre i tempo di attraversamento. Che inizia all’1.53, così come il blackout di sei minuti delle comunicazioni con Houston.
È il momento più delicato del viaggio: l’equipaggio subisce un’accelerazione fino a 3,9 G. Significa raggiungere una velocità massima di circa 39.690 km/h. Gli astronauti hanno percepito il più brusco ritorno alla forza di gravità mentre attorno a loro Orion è stata avvolta da una «palla di fuoco». Eccolo il puntino nel cielo che sfreccia verso l’Oceano Pacifico. Si apre il primo paracadute, poi altri due, che stabilizzano il veicolo. Altri tre, più piccoli, e poi infine i tre principali, dal peso di 136 chili. La velocità diminuisce fino a 27 km/h. L’ammaraggio è dolce: l’unico inghippo è un problema di comunicazione con le squadre esterne. Loro stanno bene e sorridono mentre vengono prelevati dagli elicotteri per essere trasportati sulla USS John P. Murtha per gli accertamenti medici. L’ultimo a uscire da Orion è Reid Wiseman. Come un bravo comandante, abbandona il suo vascello spaziale solo dopo essersi assicurato che tutti i suoi uomini – e, per la prima volta, anche donne – siano sani e salvi.