Corriere della Sera, 12 aprile 2026
L’ultima chiamata al voto di Orbán
Sulla collina del Castello di Buda che domina le acque lente del Danubio è andato ieri sera in scena un Viktor Orbán in versione «peace & love», con tanto di fiaccole a creare atmosfera. «Solo noi possiamo costruire il futuro perché crediamo nel potere dell’amore e dell’unità», è tornato a scandire il premier ungherese alla vigilia di un voto decisivo per l’Ungheria e la compattezza dell’Europa che lui mina. Orbán ha sbandierato di nuovo lo spauracchio della guerra e la retorica anti Kiev su cui ha concentrato tutta la campagna elettorale: «Quando l’Ucraina è stata attaccata, l’Ungheria ha permesso a tutti di entrare. Abbiamo dato loro un rifugio, da mangiare, un lavoro e aperto scuole in lingua ucraina… Ma non daremo i nostri figli né ci distruggeremo per loro». Applausi e cori «Viktor, Viktor».
Chi si aspettava che tirasse fuori dal cilindro qualcosa è rimasto deluso: non c’è stato niente di sorprendente nel messaggio pre-voto del premier. L’unica novità è la suggestiva location: piazza della Trinità, tappa obbligata per i turisti ma certo insolita per un raduno pubblico di questa portata. L’effetto pienone nelle riprese è garantito, con la sua capienza limitata, non più di 8-10 mila persone contro le oltre 100 mila accorse ieri al concertone anti Orbán in piazza degli Eroi. Cartelli, bandiere e persone di tutte le età, ugualmente diffidenti verso i giornalisti, come il loro leader: solo una coppia accetta di scambiare due parole.
Per chiudere una campagna elettorale in salita, dove per la prima volta in 16 anni di potere ininterrotto rischia di perdere, il premier ha voluto giocare «in casa», a un passo dalla sua residenza, nel fortino del potere, una zona oggetto di una controversa e costosissima ricostruzione in stile asburgico interpretata come un tentativo di riaffermare l’identità nazionale ungherese e la sua sovranità, riallacciandosi al passato imperiale.
Mentre il rivale Péter Magyar, favorito nei sondaggi, per l’ultima spinta prima delle urne ha scelto la seconda città dell’Ungheria, Debrecen, che per anni ha votato compatta per Fidesz e ora è data quantomeno «in bilico», l’ultimo palco di Orbán è la capitale che sondaggi e storia danno per lui inespugnabile. «Dobbiamo riconquistare Budapest, è solo una questione di tempo», ha osato. «In ogni tappa ho sperimentato che stiamo vincendo, incasseremo una vittoria che sorprenderà tutti, persino noi stessi», ha detto con una retorica da ultima chiamata, ricordando l’obiettivo dei «3 milioni di voti», e chiedendo a ognuno di «portare con sé qualcun altro alle urne».
A 235 chilometri a est risuonava la promessa di Magyar: «Dal 13 aprile l’Ungheria sarà una democrazia, uno Stato di diritto democratico», ha scandito il leader di Tisza chiedendo alla sua folla un mandato pieno. Non basta vincere, ha insistito: per «smantellare il regime di Orbán e varcare le porte della storia insieme serve la maggioranza dei due terzi».
Ora la parola passa alle urne.