Corriere della Sera, 12 aprile 2026
Stallo in Pakistan. Trump: vinciamo noi comunque finisca
È l’una di notte a Islamabad e il Jinnah convention center risuona di rumori di chiusura. Gli uomini delle pulizie —tutti maschi – passano l’aspirapolvere sulla moquette un po’ scollata, che durante il giorno funge da moschea, mentre i giovani tecnici staccano i cavi dei collegamenti tv. I monitor giganti fissati alle pareti mandano in loop immagini della mattina: l’arrivo di JD Vance a Islamabad (con i due negoziatori di fiducia di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner), le strette di mano di Abbas Arghchi e Mohammed Ghalibaf con il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif e poi anche tra lo stesso vicepresidente Usa e il presidente del Parlamento iraniano. Dopo non si è visto né sentito più niente. Sul palco del salone-anfiteatro adibito a media center non c’è mai salito nessuno. I microfoni abbandonati vengono riposti nel grande cassettone nero, in attesa di un momento migliore. Forse domani.
Il ministro della comunicazione pachistano doveva comparire a tarda sera per annunciare qualche svolta nei negoziati, una nota di ottimismo, un passo avanti. Ma alla fine non c’è nulla da dire. La delegazione iraniana e americana parlano fino a notte fonda, ma senza soluzioni da sbandierare. I colloqui diventano una maratona, durano oltre 14 ore. L’agenzia di stampa Tasnim, legata ai pasdaran, scrive che gli americani starebbero «ostacolando» i negoziati. In un resoconto che mescola diplomazia e retorica, Tasnim racconta che nel lussuoso Hotel Serena – trasformato nelle stanze della caccia alla pace – sarebbe scoppiata una «grave» disputa sullo Stretto di Hormuz, «dopo che le parti avevano superato le fasi iniziali di discussione e si erano avvicinate a uno scambio di bozze di testo per un possibile accordo quadro». Sarebbero le solite «richieste eccessive» degli Stati Uniti, secondo la narrazione di Teheran, a bloccare il passaggio successivo e a impedire quel piccolo salto in avanti che i mediatori pachistani speravano di annunciare. Che Hormuz sia il problema lo riferisce anche il Financial Times, che però lo chiama «stallo»: l’Iran insiste nel voler mantenere il controllo sullo Stretto, carta vincente di questa guerra.
La nota più positiva della giornata viene dalla forma stessa dei colloqui, svolti in più cicli. Cominciano come incontri indiretti, con Islamabad a mediare, e poi si trasformano in confronti diretti, con Iran, Stati Uniti e Pakistan riuniti nella stessa stanza. Ma non bastano le fatiche intorno al tavolo. Il sito americano Axios lancia un’altra notizia su Hormuz: navi della Marina statunitense lo avrebbero attraversato in una manovra non coordinata con l’Iran, tutto confermato dal Dipartimento della Difesa. Che precisa: due cacciatorpediniere della Marina statunitense hanno attraversato lo Stretto di Hormuz sabato per iniziare un’operazione di sminamento di questa vitale via navigabile. Gli iraniani smentiscono. Alcune fonti diplomatiche ci parlano di nessun passo concreto.
Altre voci pachistane, invece, si mostrano più ottimiste, quasi da sembrare un esercizio di buon auspicio. «Sono passati ai discorsi più tecnici e stanno lavorando, oltre che su Hormuz, su quattro punti principali: attenuazione delle sanzioni, de-escalation militare, un quadro normativo, monitoraggio del nucleare», dicono. Poi arrivano Donald Trump e Benjamin Netanyahu, da casa, a dire la loro. Su X, il primo ministro israeliano scrive che «Israele, sotto la mia guida, continuerà a combattere il regime terrorista iraniano e i suoi proxy». E il suo alleato della Casa Bianca, prima di partire per Miami, dice ai giornalisti che per lui, alla fine, nonimporta se verrà raggiunto oppure no un accordo: «Vinciamo in ogni caso. Li abbiamo sconfitti sul piano militare». Una nota: questa sessione di negoziati, mediata dal Pakistan, è stata l’incontro faccia a faccia più alto tra funzionari statunitensi e iraniani dal 1979, anno della Rivoluzione islamica in Iran, che ha messo i due Paesi su una rotta di collisione.