la Repubblica, 11 aprile 2026
Il secolo di Hillman
Sono passati cento anni dalla nascita di James Hillman, quindici dalla sua morte. Cento anni da quando è venuto al mondo quello che è stato per almeno mezzo secolo il suo più grande interprete. Quindici da quando il mondo ha smesso di essere pensato dalla sua mente, da quando l’anima del mondo ha smesso di essere alleviata dalla sua cura. La catastrofe ecologica e la crisi climatica, il trauma inferto dalla pandemia alla psiche collettiva come all’economia e allo stesso ordine mondiale. E la guerra che ritorna in tutta la sua violenza prevaricatrice insieme agli imperi, alle autocrazie, alle teocrazie, e l’umanità sempre più flagellata dai crimini della guerra e l’anima dalle sue raffiche di immagini strazianti e sempre meno capace di cercare un’immagine interiore, di ravvisare nel profondo un carattere di verità. A causa anche della precipitosa degenerazione cognitiva inflitta dalla tecnocrazia digitale e dai suoi mezzi di connessione distorta, che Hillman chiamava intossicazione ermetica, Ermes essendo insieme il dio della comunicazione e del furto, di anima in questo caso: ladro di connessione autentica all’anima in cui siamo immersi e che ci collega o dovrebbe ai nostri simili così come alla natura, al mondo animale e vegetale, all’ecosistema profondo del pianeta e alla sua interconnessione psichica.
Tutto questo Hillman, pensatore profetico, lo aveva previsto, ne aveva scritto con decenni di anticipo. A ciascuno di questi eventi allora lontani da venire aveva dedicato i suoi saggi e i suoi libri, specie gli ultimi, divenuti bestseller in tutto il mondo: da Il codice dell’anima a Un terribile amore per la guerra, da La forza del carattere a Presenze animali. Preceduti dai grandi classici dei due decenni precedenti: Il suicidio e l’anima, il Saggio su Pan, Il mito dell’analisi, la Re-visione della psicologia e tutti gli altri. Vorremmo poter ascoltare ancora la sua parola che precorreva i tempi e che potrebbe aiutarci a sciogliere l’enigma che avvolge il nostro. Ma non possiamo che congetturarla, mentre la memoria dei suoi avvertimenti, insieme a quella di ogni passata conoscenza e saggezza, sempre più sfugge a un’umanità fatta di sempre meno lettori, a una condizione umana costretta a un vivere sempre più veloce, a un’attenzione sempre più fugace, a una crescente povertà e schiavitù individuale e collettiva, spirituale e materiale – anche questa da Hillman prefigurata.
Allievo eretico eppure prediletto di Jung, aveva innestato la psicologia del profondo e in particolare la psicologia analitica su una conoscenza altrettanto profonda del mondo antico, della sua mitologia e filosofia. Aveva costruito un neoplatonismo contemporaneo mutuato da Plotino e dalla speculazione rinascimentale di Ficino, ma sostenuto da un’adesione intellettuale e personale cui era arrivato reinnestando il pensiero di Platone sulla metodica conoscenza della filosofia contemporanea in cui si era formato alla Sorbona. Si era fatto terapeuta della psiche collettiva, espandendo gli obiettivi della psicologia a tutta la cultura e a ogni manifestazione fisica, sociale, linguistica, estetica, spirituale; e, finalmente, politica, consegnando, negli ultimi sviluppi e modi d’intervento del suo pensiero, una reimmaginazione del mondo pubblico come recupero di anima per la vita collettiva.
«Chiamate vi prego il mondo la Valle del Fare Anima. Allora capirete a cosa serve il mondo»: da questa frase di John Keats, diventata il manifesto del suo pensiero, Hillman ricavava l’idea del Soul-Making, del Fare Anima appunto, come azione primaria del vivere, resa possibile dalla comprensione della condizione patologica cronica della vita stessa. Ma attenzione, chiariva nella Re-visione della psicologia, l’anima è simile a un riflesso in uno specchio fluido, o alla luna, che trasmette soltanto luce non sua. Non andiamo mai, spiegava, oltre ciò che ci viene dato insieme alle strutture innate della fantasia. L’unica oggettività alla quale ci si può approssimare «è quella dell’occhio soggettivo rivolto all’interno, verso se stesso, che guarda il proprio sguardo». Lo stesso vale per l’anima del mondo, altro concetto fondamentale di cui Hillman si era reimpossessato. L’idea di anima mundi è già in Platone, nel Timeo, ma è ripresa e compiutamente formulata dal filosofo antico che Hillman amava di più, Plotino, insieme a un’altra idea: che la coscienza dipenda dall’immagine o dall’immaginazione: «Quando funziona correttamente, fa da specchio, cosicché per suo tramite», scrive Plotino nelle Enneadi, «ha luogo la riflessione della coscienza».
L’idea di psiche come anima mundi, l’anima del mondo prima stoica e poi neoplatonica, esiste, scriveva Hillman, «da quando esiste il mondo stesso, e quindi l’altro compito della psicologia è ascoltare la psiche che parla attraverso tutte le cose del mondo, recuperando in questo modo il mondo come luogo per l’anima e dell’anima». In questa maniera innegabilmente contemporanea e insieme autenticamente antica di intenderla, Hillman aveva restituito l’anima alla cultura e alla lingua comune di questo secolo, in contrasto con la nozione di psiche più normalmente usata dagli psicoanalisti.
La filosofia di Hillman cercava di vedere in trasparenza e di interpretare tutto quanto accade nel nostro cosmo umano. La sua critica si applicava, come al microcosmo della psiche, così al macrocosmo, al progresso della società, dell’umanità, del pianeta. Un procedimento analogico di riconduzione del microcosmo al macrocosmo simile a quello dell’alchimia o dell’astrologia o dell’antica medicina.
L’ansia per la distruzione del pianeta era presente in Hillman con decenni di anticipo rispetto all’agnizione attuale della sua gravità. Alla patologia dell’anima del mondo la cura di Hillman si era rivolta sempre. Ma la sua ultimissima riflessione nasceva dalla percezione di un parallelismo tra la caduta del mondo antico, travolto dalla devastazione barbarica, e il crollo del mondo prossimo venturo, derivante dal suo modello economico e dalla distruzione ambientale. All’emergenza ecologica l’ultimo Hillman vedeva associata una distruzione di anima che non poteva non trasmettersi alla psiche collettiva. L’accelerazione dei cambiamenti climatici, i conseguenti disastri ambientali e la crescente sofferenza di milioni di esseri viventi, l’estinzione di intere specie animali e vegetali, fanno ammalare sempre più gravemente, insieme al mondo, la sua anima.
La terapia che Hillman additava si basava sulla sua ultima teoria dell’immagine. All’origine del nostro crollo contemporaneo Hillman vedeva un «fallimento universale dell’immaginazione». Poiché le immagini poggiano sull’immaginazione profonda, possono influenzare lo stato vitale effettivo di una civiltà. Salvare il mondo dalla caduta è una fantasia (nel senso letterale greco, già junghiano, di phantasia, immagine interiore) che ognuno di noi può attivare individualmente dentro di sé, e poi attuare collettivamente fuori di sé, imparando anzitutto a non lasciare assuefare e ottundere la psiche dalla coercizione delle immagini mediatiche che la bombardano, la disumanizzano, la disanimano: pubblicitarie, consumistiche, propagandistiche; brutali, sanguinarie, belliche.