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 2026  aprile 11 Sabato calendario

Intervista a Hakan Çalhanoglu

Visto con gli occhi di Hakan Çalhanoglu, il gol del 2-1 alla Roma, una botta di destro da oltre trenta metri, è una cosa semplice: «Capisco che Bastoni non riesce a crossare e mi metto in posizione. Zielinski mi vede e me la passa. Controllo che non ci sia nessuno dietro, sposto la palla avanti e calcio. Ma non è stata la mia rete più bella. Il tiro contro il Verona era più angolato», racconta il regista dell’Inter.
C’è chi ha dato la colpa a Svilar …
«A chi lo critica, do un consiglio: provi lui a stare in porta e vediamo se la para. La palla cambia direzione dopo che il portiere ha spostato il peso. È un effetto che cerco, colpendo da sotto».
Prima della partita, avete parlato fra voi compagni per ripartire.
«Ci confrontiamo spesso nei momenti importanti. Ci siamo detti che dobbiamo dare tutti di più, prenderci più responsabilità. É ancora vivo il ricordo dello scudetto perso per un punto, non vogliamo che succeda ancora. Ha funzionato. Dobbiamo continuare così, e chiudere il prima possibile».
I giovani dello spogliatoio seguono voi senatori?
«Ci ascoltano. Hanno capito come funziona qui all’Inter. L’asticella è alta, devi dimostrare sempre».
Che partite si aspetta contro il Como, fra campionato (domani) e Coppa Italia (il 21 aprile)?
«È una buona squadra, costruita bene. Dovremo stare attenti e fare il nostro gioco».
L’Inter è di nuovo senza Lautaro. Quanto è importante avere un capitano come lui?
«Quando non c’è manca, sia perché segna tanto ed è sempre pericoloso, sia per la personalità. Ma in spogliatoio non c’è solo lui, ci sono anche altri con grande esperienza e carisma. Sommer, Akanji, Acerbi».
È soddisfatto del suo momento?
«Le statistiche parlano chiaro: ogni anno mi miglioro, o quantomeno non calo, salvo infortuni».
In cosa deve migliorare?
«Nella gestione del recupero: devo ascoltare il mio corpo, riposarmi quando serve. Fosse per me, mi allenerei sempre, ma non è detto sia una buona idea».
Da ragazzo era leggero, come il suo idolo Andrea Pirlo. Nei settori giovanili, c’è ancora spazio per giocatori tecnici?
«Deve esserci. Se c’è talento, non serve essere grandi e grossi. In Germania, dove sono cresciuto, la pensano così. I vivai italiani non li conosco, non mi pronuncio».
Di Inzaghi disse che «non parla tanto, ma ha un grande cuore». E Cristian Chivu?
«Con Simone ho un bellissimo rapporto: mi ha voluto tanto in squadra. Chivu è ancora più empatico, più vicino ai giocatori. Gli interessa come stai fuori dal campo».
Il suo sogno, come calciatore?
«Vincere trofei importanti con l’Inter. Dopo aver perso due finali di Champions, l’obiettivo è quello. Intanto, c’è il Mondiale con la Turchia».
Ha mai parlato con calciatori turchi nati in Germania, come lei, che hanno scelto la nazionale tedesca?
«Certo. E penso di avere fatto la scelta giusta, seguendo il cuore. Noi ci prepariamo alla Coppa del Mondo per la prima volta dopo 24 anni. Un’emozione enorme, che vivo da capitano. Nella nazionale tedesca di calciatori di origine turca non ce ne saranno».
Ha provato a consolare i compagni italiani, che al Mondiale non andranno?
«Li ho abbracciati. Le parole servono a poco in momenti così. Il vero aiuto viene dalla famiglia, dai figli in particolare».
Lei ne ha tre.
«Mi sono tatuato le loro mani sull’avambraccio, vicino alle due stelle vinte con l’Inter. Prima dell’allenamento li porto a scuola, poi vado a prenderli. Cerco di stare con loro il più possibile».
Essere un padre presente, la rende un calciatore migliore?
«Certo, la casa è il posto dove si costruisce tutto. Mia moglie mi aiuta tanto, mi dà energia».
Il suo sogno, come uomo?
«Che non ci siano guerre. Ci penso sempre. Nel mondo siamo tutti figli, genitori, amici di qualcuno. È incredibile che non si riesca a trovare equilibri».
Il calcio può aiutare la pace?
«Noi calciatori sappiamo di essere esempi. Facciamo quello che possiamo, con i gesti e le parole, anche se non basta».
Ha un idolo fuori dal calcio?
«Mio padre, che è stato anche il mio primo allenatore. Mi ha insegnato a non guardare mai le persone dall’alto in basso, soprattutto quando sei fortunato ad avere tanto».
C’è un libro che l’ha colpita?
«Si intitola La strada di chi ha un buon cuore è difficile. L’ho letto in turco. Parla del fatto che essere buono porta tante difficoltà, ma non bisogna scoraggiarsi».
Passioni fuori dal calcio?
«Le auto. Mi piace comprarle, curarle, guidarle. Magari in futuro anche portarle in pista. E poi la musica».
Canta bene?
«Per niente. In Turchia ho partecipato al programma The Voice per amicizia, e non ci provo più. Però so ballare. Da ragazzino seguivo un corso di danza hip-hop, ho smesso quando ho cominciato a fare sul serio col calcio».
È anche dj: ha portato in spogliatoio la canzone “Yali Yali”, inno informale del ventesimo scudetto.
«Merito di mia figlia: me l’ha fatta ascoltare, mi è piaciuta, l’ho messa in spogliatoio ed è cominciato tutto».
Calha lo sai perché: quanto la carica il coro che le dedicano i tifosi interisti?
«Tantissimo. Da straniero è stupendo capire di essere entrato così nel cuore di un popolo. Cerco di ricambiare amore e rispetto dando tutto in campo».
Come si immagina dopo il calcio?
«Più come manager che come allenatore: direttore sportivo, dirigente in federazione o procuratore. Sto già leggendo e studiando per questo».