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 2026  aprile 11 Sabato calendario

Intervista ad Alessandro Cecchi Paone

Alessandro Cecchi Paone, a fine mese lei pubblica un manuale sull’intelligenza artificiale, «AI per tutti». Un ritorno alla divulgazione?
«Non l’ho mai lasciata. È vero che La macchina del tempo, trasmissione che ho condotto per dodici anni, non c’è più, ma io ho continuato a collaborare con università, centri di ricerca e vado regolarmente ospite in tv a parlare di vaccini. Sa chi è oggi uno dei miei migliori amici?»
Chi?
«Matteo Bassetti».
L’infettivologo?
«Nei giorni neri del Covid siamo finiti sotto scorta per le minacce dei no-vax».

Dica di più.
«Per la verità la scorta ce l’aveva lui, a me avevano rafforzato la sorveglianza sotto casa. Ci minacciavano di morte quasi ogni giorno. Ma sono sempre stato dalla parte della scienza, voglio impegnarmi perché la gente cresca culturalmente».
Il debutto in tv.
«Cinquant’anni fa. Era il 1976, avevo quindici anni. Però da cinque ero già iscritto al Wwf Italia e Fulco Pratesi mi aveva assegnato la guida del gruppo giovanile. Ero bravo a spiegare le cose. Accadde che la Rai voleva fare un Tg per i bambini: io ero perfetto. Mamma e papà mi accompagnavano negli studi, paga lorda: 20 mila lire a puntata».
Da allora la tv non l’ha più lasciata. O quasi.
«Mi è diventata a colori addosso, oggi è difficile spiegare a un ragazzo che quando ti muovevi davanti allo schermo lasciavi una scia rosa e verde perché la tecnologia del colore era ancora agli inizi».
Un po’ come l’intelligenza artificiale oggi, anche la tv a colori allora incontrava resistenze?
«Per esempio, uno dei miei maestri, Ugo La Malfa, era contrario: diceva che avrebbe tolto serietà allo strumento».
Com’erano gli anni ’70?
«Noi ambientalisti giravamo esibendo l’immagine del panda ma per le strade ti capitava di incontrare quelli con la svastica o con le bandiere rosse. Ci si menava, anche se io non ho mai picchiato nessuno. E non sono mai stato picchiato».
Lei, liberale di formazione, è stato (ed è) molto vicino ai Radicali.
«Marco Pannella mi mise nei guai».
Racconti.
«Era il 1995, conducevo L’Italia in diretta, venne ospite da me in tv. Credo di averlo fulminato».
Perché?
«Il giorno dopo fece una dichiarazione all’Ansa dicendo che io non solo sarei dovuto diventare il segretario dei Radicali, ma che secondo lui avrei dovuto essere anche il direttore generale della Rai».
Si era invaghito di lei?
«Penso di sì».
Però quelli erano gli anni della discesa in campo di Berlusconi.
«Di sicuro Silvio non si invaghì di me, ma lo colpii molto sul piano professionale. Siamo diventati inseparabili, sono stato per anni uno dei suoi uomini di fiducia».
Un aneddoto.
«Una volta mi invitò nella sua villa di Arcore. Aveva da poco cominciato a indossare la famosa tuta di cachemire blu. Mi portò nel parco, mi fece trovare delle scarpe da ginnastica e mi disse: “Corriamo”».
Così?
«Così. Facemmo una riunione correndo, ma in quella corsa nacquero tante idee».
Tipo la conduzione del Tg di Studio Aperto delle 19 in piedi, come fece nel 2016?
«Pier Silvio Berlusconi voleva rinnovare il linguaggio dell’informazione».
Però Mario Giordano non ha mai avuto grandi simpatie per lei.
«Perché lei non ha mai parlato con Emilio Fede: non mi sopportava dai tempi della Rai, se mai ho avuto un avversario è stato lui. Quando si cominciò a fare il mio nome per la direzione del Tg4 lui fece ogni tipo di opposizione».
Francesca Pascale.
«Una grande amica, come me fa battaglie sacrosante per i diritti civili. Sono stato io a farla iscrivere all’Arcigay. Ma anche Marina Berlusconi è sensibile al tema, mi ha incoraggiato nelle mie scelte, è una persona molto bella».
Perché ha scelto di partecipare all’«Isola dei Famosi», lei che in passato ha criticato dei premi assegnati ai reality?
«Perché per promuovere certe cause qualche volta devi diventare molto popolare, entrare anche in altri territori».
Il 22 dicembre del 2023 lei si è unito civilmente con Simone Antolini. Un ragazzo più giovane di lei di 38 anni, già padre di una bambina. Come va?
«Non benissimo, sto pagando sulla mia pelle il fatto che nella legge sulle unioni civili non c’è la stepchild adoption».

Racconti.
«Passo indietro. Quando Simone mi ha contattato sui social per la prima volta, io non sapevo nulla di lui. Poi, al primo appuntamento, vedo questo ragazzo giovanissimo, molto bello, che arriva a bordo di una macchina rossa. Nella macchina, intravvedo un seggiolino per bambini».

E lei non è fuggito, come avrebbe potuto fare qualcun altro, spaventato dal peso della responsabilità.
«No, anzi. Era proprio quello che cercavo. Un legame stabile, una famiglia, un nido. L’ho amato subito e sin da subito ho amato sua figlia. Melissa ha portato gli anelli nel giorno della nostra unione civile. Ero entusiasta di questa situazione, ho scelto io di far fare delle modifiche alla mia casa, che poi è diventata la nostra: una cameretta per la bambina, la stanza dei giochi».

E poi?
«E poi la realtà: purtroppo io, per la legge, non ho nessun legame con lei. Non solo non la posso adottare, ma in teoria non potrei nemmeno andare a prenderla a scuola. Non posso portarla dal pediatra se si sente male. Come se non bastasse, devi sempre prestare tanta attenzione al rapporto con lei. È stato un crescendo di sofferenza: io amo suo padre e amo lei, ma non posso essere “accudente”, non posso provvedere a loro come famiglia. E soffro, perché io penso di poter dare molto, sia dal punto di vista spirituale che materiale».

Questo ha influito sul vostro rapporto sentimentale?
«Purtroppo sì. È un momento di grande tristezza per me».
Lei ha avuto una moglie, Cristina Espinosa Navarro.
«Che, ancora oggi, considero la persona più importante della mia vita, specie dopo la morte di mia madre, che ha ricoperto questo posto per anni».
Fu a lei che confessò di amare un uomo.
«In un primo momento la sua reazione, comprensibilmente, fu di rabbia cieca. Poi ci siamo confrontati, abbiamo parlato e siamo diventati legatissimi. Oggi abbiamo un bellissimo rapporto».

Che cosa è stato per lei il «coming out», fatto ormai più di vent’anni fa?
«Una specie di scarica vitale, una fonte di energia inesauribile. Io ho cominciato a occuparmi di tv, come ho detto, a quindici anni. Non ho avuto un’adolescenza comune, raramente andavo in vacanza, ho avuto poco spazio per guardarmi dentro. L’ho fatto da adulto e questo mi rende pieno di vita».
Che cosa la colpisce di una persona al primo incontro?
«La capacità di prendersi cura degli altri. Fu quello che percepii immediatamente quando vidi quel seggiolino per bambini nella macchina di Simone. Amo gli affetti intensi, sono uno che non teme di manifestare apertamente quello che prova, l’ho sempre fatto con tutte le persone che ho amato».
Tornerebbe a fare una trasmissione di divulgazione scientifica?
«Non solo mi piacerebbe molto, ma ho anche delle idee precise: La7, rete televisiva che considero coraggiosa e lungimirante grazie alle scelte fatte da Urbano Cairo, sta giustamente dando spazio alla cultura. Penso ai programmi di Aldo Cazzullo o Corrado Augias, che ammiro molto. Ecco, secondo me una trasmissione di divulgazione scientifica sarebbe perfetta».
Una persona che ammira più di tante altre?
«Mario Draghi. Non mi permetto di definirlo un amico, però ho avuto il privilegio di collaborare con lui una volta. Io amo le persone perbene».