Corriere della Sera, 11 aprile 2026
Intervista a Fabrizio Miccoli
Dal paradiso all’inferno e ritorno. Attraverso un purgatorio lungo e faticoso per la rinascita dell’uomo e del calciatore. Fabrizio Miccoli, 47 anni, da San Donato di Lecce, ex bomber del Palermo e della Nazionale, sta vivendo la sua terza vita, cominciata in un giorno di metà maggio del 2022, quando i cancelli del carcere di Rovigo si sono riaperti, e lì è riapparsa la luce. Fino ad allora, Miccoli, si era accontentato del suo talento («non mi sforzavo, puntavo solo su quello»), era finito nel frullatore della notorietà, sopraffatto dal delirio di onnipotenza, ed era precipitato su una brutta pagina di cronaca giudiziaria, con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso. In un’intercettazione telefonica col figlio del boss Salvatore Lauricella aveva oltraggiato la memoria di Giovanni Falcone, chiamandolo «quel fango». La storia è nota, e viene raccontata per la prima volta nel libro di Lorenzo Avola e Carolina Orlandi, «Gloria e peccato di un campione» edito da «66thand2nd». L’ex numero 10, tutto estro e velocità, è costretto a fermarsi. A fare i conti con la propria coscienza, con la famiglia e con una città, Palermo, che lo aveva accolto come un re. Inevitabile per cominciare la terza vita, diversa quasi opposta, alle prime due. Il calcio, sempre. Ma con le donne. «Perché sono loro il motore di tutto».
Miccoli, allena le donne?
«È proprio mia la squadra e ne sono orgoglioso come mai prima. Le ragazze mi danno energia, mi rendono fiero. Quest’anno abbiamo vinto la Coppa di Puglia e il campionato e adesso ci sono i playoff per andare in serie C».
Come nasce l’idea?
«Devo tanto alle donne, quelle della mia famiglia, mia moglie Flaviana e mia figlia Swami, sono state il motore della mia rinascita. Senza di loro non ce l’avrei mai fatta. Ho aperto la scuola calcio e da due anni ho questa squadra, si chiama ASD Fabrizio Miccoli femminile, ma non ci avevo mai puntato tanto, abbiamo fatto due secondi posti. Poi ho deciso che dovevo vincere ed eccoci qui. A maggio ci tocca un girone di ferro per andare in C».
Stessa adrenalina del calcio maschile?
«Io sono impazzito! Le donne ti danno una soddisfazione in più. Certo, è un calcio diverso, non bisogna fare il paragone con quello maschile. Minore intensità e ritmo, c’è meno forza ma è molto più entusiasmante. Se andiamo in C neanche voglio immaginare la gioia per il mio piccolo paese, San Donato. Un orgoglio per tutti».
La risarcisce in qualche modo?
«Sicuramente, ne ho passate di ogni. Ma al di là della vicenda giudiziaria forse potevo fare di più nella mia carriera. Soprattutto quando sono andato alla Juve che poi mi ha girato in prestito al Perugia, al rientro con Lippi allenatore non ebbi tante opportunità. Luciano Moggi faceva giocare i suoi. Ho avuto sempre e solo un procuratore, con il quale adesso neanche ci parlo più. Se mi fossi legato ad Alessandro Moggi avrei avuto più opportunità. Da piccolo ho sempre voluto giocare a calcio, non sapevo fare altro. Comunque ho avuto fortuna nel calcio che conta, mi sono allenato con tantissimi campioni. Oggi però non ci penso più. Ho cambiato vita, sono un uomo diverso».
In che senso?
«I sette mesi di carcere mi hanno dato la possibilità di pensare. Ho imparato a stare da solo, prima non ci riuscivo, dovevo stare fra la gente, fare cose, muovermi, divertirmi. Oggi ho pochi amici, c’è la mia famiglia a cui ho sottratto già tanto tempo».
Qualche ricordo: ha giocato nel Perugia di Gaucci, presidente eccentrico e controverso.
«Quando arrivai lì dalla Ternana i tifosi (nemici), non erano contenti. Volevano facessi il bagno nella fontana come battesimo. Mi opposi ovviamente e li conquistai pian piano a suon di gol. Gaucci con me è stato fantastico, quando è nata mia figlia mi regalò uno scatolone pieno di vestiti per la bimba. Erano abiti principeschi, tutti in velluto con guanti, cappellino. Noi siamo gente semplice. Ne usammo solo uno per il battesimo».
A Palermo è stato sei anni, Zamparini?
«Non è stato un rapporto semplice, litigavamo spesso. Anche nella mia vicenda non mi è stato vicino, forse quell’intercettazione è stata mirata... Vabbè. Una volta perdemmo 7-0 con l’Udinese, regalò a tutti noi calciatori un foulard su cui era scritto il risultato di quella partita, così, diceva, lo tenevamo a mente. Poi c’era sempre qualcosa che non gli andava di me: una volta mi diceva che ero grasso, un’altra non reggevo 90 minuti, poi che il modulo non era adatto a me».
Ricordi dal carcere?
«I cancelli chiusi a chiave, la mancanza di aria, le notti a piangere. Ma anche mia moglie che mi viene a prendere quando sono uscito».
Qual è la cosa che più si rimprovera?
«Sono stato superficiale. Quella frase dell’intercettazione... Questo libro dovrà servire ai ragazzi, che non commettano i miei errori».
Lo presenta a Palermo.
«Alla Fondazione Falcone. Ho chiesto scusa, la famiglia mi ha capito, accolto e dato amicizia. Li ringrazierò sempre».
Si dimentica una esperienza come la sua?
«Impossibile, un segno che c’è e rimane».