Corriere della Sera, 11 aprile 2026
Chi è Péter Magyar
«Il 12 aprile, esattamente 23 anni dopo il referendum che ha portato l’Ungheria nella Ue, vogliamo confermare quella scelta: la casa dell’Ungheria è l’Europa» insiste Péter Magyar sul finale di una campagna segnata dalle intercettazioni di trame tra Budapest e il Cremlino. Applausi scroscianti, urla e telefonini con luci a favore di drone: la folla gli ha perdonato l’ora di ritardo. A ridosso del voto che potrebbe cambiare il corso dell’Ungheria e gli equilibri in Europa, il leader dell’opposizione è tornato a Gyor, cittadina 120 km a nordovest della capitale, diventata uno dei palcoscenici del suo scontro con il premier che proprio qui, l’altra settimana, è andato in escandescenza quando contestato; a metà novembre i due sfidanti si erano contesi la piazza, stesso giorno, stessa ora. Questa storica roccaforte di Fidesz, con i suoi 130 mila abitanti e uno stabilimento Audi, ha già mostrato di essere tentata dal cambiamento: ha scelto come sindaco un giovane indipendente. Così Gyor è considerata tra le città in bilico che potrebbero decidere la fine dell’era Orbán. In piazza, tantissimi ragazzi e famiglie. Ramon, 18 anni e l’amico Kakas dicono la stessa cosa: i nostri genitori in passato votavano Fidesz, ora non più. Così Tibos e la moglie Bea confessano la svolta. Magyar sa come caricarli: «Abbiamo 5 mila volontari, nessun partito ne ha così tanti».
È il nuovo vecchio che avanza. Perché l’uomo che in pochi mesi è riuscito a trasformare Viktor Orbán da invincibile a sfavorito è un energico avvocato 45enne cresciuto all’ombra del longevo leader ungherese. Piombato sulla scena politica come una meteora due anni fa, Magyar e il suo partito, Tisza, a meno di 4 mesi dal debutto, hanno raggiunto il 30% alle Europee del 2024. Un terremoto politico che non si è più arrestato. Nel 2025 il sorpasso su Fidesz nei sondaggi, ora il vantaggio si sarebbe allargato fino alla super maggioranza, azzardano alcune rilevazioni. Così questo ex funzionario sconosciuto ai più è diventato l’incubo peggiore di Orbán. Anche perché non l’ha visto arrivare.
La storia di Magyar è quella di un «insider» forse mai integrato. Cresciuto in una dinastia di giuristi conservatori (è figlio di una giudice dell’Alta Corte e nipote di un ex capo di Stato), è espressione dell’élite magiara. Frequentava un prestigioso liceo cattolico, durante il primo mandato di Orbán, quello che prometteva di lasciarsi alle spalle l’era sovietica e di agganciare l’Ungheria all’Europa. Si iscrisse al partito nel 2002 mentre ancora studiava Legge all’università cattolica di Budapest, fucina dell’élite conservatrice. Durante un Erasmus ad Amburgo divenne amico di Gergely Gulyás, oggi figura chiave del governo di Orbán. Fu proprio Gulyás a presentargli Judit Varga, che sarebbe diventata sua moglie e una delle stelle di Fidesz. La coppia ha vissuto per anni a Bruxelles, dove Magyar ha iniziato a lavorare per le istituzioni dell’Unione proprio dopo il 2010, con il ritorno di Orbán al potere e l’avvio della sua svolta illiberale.
Con il rientro in Ungheria nel 2018, mentre la carriera di Varga decollava – prima segretaria di Stato e poi ministra della Giustizia – lui non riusciva ad accedere a ruoli politici. «Sebbene l’amico Gulyás lo avesse piazzato in cda di aziende statali, garantendogli prestigio e reddito, le sue ambizioni politiche rimanevano frustrate. I vertici di Fidesz lo consideravano troppo autonomo e poco incline al compromesso», ci racconta Miklós Sükösd, docente all’università di Copenaghen e autore di una serie di articoli sull’ascesa politica di Magyar. In quegli anni, si è reinventato «spin doctor» della moglie, con successo, ma sentiva il peso di un ruolo marginale.
Questa tensione latente ha portato alla fine del matrimonio nel 2023. «Dopo il divorzio – continua Sükösd —, iniziò a essere estromesso dalle aziende e anche dallo Stádium Club, un club esclusivo di Fidesz, fondato da Gulyás». A quel punto Magyar decise di trasformare la sua conoscenza profonda dei meccanismi del potere in un’arma. Il punto di rottura arrivò nel febbraio 2024, con lo scandalo della grazia a un pedofilo di un orfanotrofio pubblico concesso dalla presidente della Repubblica che ha costretto alle dimissioni lei e l’allora ministra della Giustizia, Judit Varga, «capri espiatori della famiglia Orbán». Segue un’ondata di indignazione collettiva. Magyar coglie al volo il momento per entrare in scena. E lo fa con un’intervista al canale YouTube Partizán: due ore di diretta per denunciare la corruzione del sistema, 2,6 milioni di visualizzazioni, un quarto degli ungheresi. Un mese dopo lancia Tisza, il debutto alle europee di lì a poche settimane: un trionfo. «L’incredibile ascesa di Magyar si inquadra nell’incontro tra una figura carismatica, un pubblico ricettivo e un contesto carico di crisi – ci spiega Rudolf Metz, studioso di leadership e autore di Fenomeno Magyar —. C’era una società pronta, quasi in attesa, di qualcuno come lui. Uno che conosce il sistema dall’interno e ha scelto di rivoltarsi contro. La sua retorica è potente: si rifà a temi del primo Fidesz, come la sovranità nazionale, ma riprende anche questioni dell’opposizione come la corruzione e gli abusi istituzionali. Ed è stato anche molto efficace nel connettere il mondo online e quello offline».