Corriere della Sera, 11 aprile 2026
Ora Salvini si «allontana» dal presidente Usa
Sic Trump gloria mundi. Non è più tempo di indossare cappellini Maga, di lanciare endorsement per il Nobel al presidente degli Stati Uniti o di illustrare i vantaggi che avrebbero prodotto i dazi americani. «Sulla politica internazionale c’è da farsi male», ha detto Matteo Salvini ai dirigenti leghisti. Meglio tacere.
La svolta del leader del Carroccio è iniziata il 28 febbraio con l’avvio di questa «stramaledetta guerra in Iran di cui non sentivamo il bisogno». E la presa di distanza dall’amico americano si è progressivamente trasformata in un’inversione a U di cui sono stati testimoni l’altra settimana i membri del Consiglio federale leghista. All’indomani del referendum Salvini ha fiutato l’umor nero verso Trump dei cittadini, anche di quelli che nelle regioni del Nord guidate dai suoi governatori avevano fatto prevalere il Sì.
Perciò alla prima impennata dei prezzi ai distributori di benzina ha deciso di cambiare postura, scegliendo il profilo basso e invitando al silenzio lo stato maggiore del partito: «Lasciamo che se ne occupino quelli bravi». Cioè Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Guido Crosetto. Dopo anni di invasioni di campo su un tema non di sua stretta competenza, il vice premier vorrebbe evitare di scottarsi ulteriormente le dita con la patata bollente della politica estera: «La gente è inc...», ha commentato quel giorno. Raccontano che alla riunione in molti fossero rimasti sorpresi ascoltando la sortita. Anche perché pochi giorni prima Salvini era volato a Budapest per sostenere la campagna elettorale dell’«eroe» Viktor Orbán. Un altro che al pari di Trump non se la passa bene.
È però complicato mutare repentinamente registro senza contraddirsi, visto che a Bruxelles il Carroccio sta con «i patrioti». Ma qualcosa andava fatto. Cambiato il mood, bisognava cambiare le parole d’ordine. In vista della manifestazione di partito che si terrà il 18 aprile a Milano, sono presi a circolare alcuni slogan adattati alla fase: «Sovranisti in Europa, territoriali in Italia». Questo recupero delle origini si combinerà con l’impostazione liturgica dell’evento: sul palco parlerà Salvini, gli alleati d’Oltralpe manderanno solo i saluti per video-messaggio. «Anche perché – sussurra un autorevole esponente leghista – la nostra gente nemmeno li conosce. A loro interessa sapere quali siano le nostre proposte per pagare meno le bollette».
Per farli partecipare, Salvini ha chiesto «uno sforzo organizzativo» ai suoi parlamentari: «Ognuno di voi dovrà portarne almeno cento». E scendendo nelle gerarchie ha dato indicazioni anche ai dirigenti locali. Vanno evitati buchi in piazza. Ma su cosa bisognerà puntare per mobilitare le masse? Il segretario avrebbe in mente di lanciare una proposta economica, se non fosse che il «piano casa» è già stato preannunciato dalla premier, la richiesta di sospendere il patto di Stabilità in Europa è già stata avanzata dal ministro dell’Economia, e l’idea di Claudio Borghi di uno scostamento di bilancio ha fatto drizzare i capelli a tutti.
Resta l’arma fine di mondo, politicamente parlando: cioè bloccare il finanziamento della Difesa per destinare le risorse al settore energetico. Riaprendo al gas di Vladimir Putin. Ora, Meloni non ha alcun interesse alla destabilizzazione della Lega, ma Salvini non può pensare di destabilizzare il governo. Intanto un primo effetto pare che il segretario l’abbia prodotto: al Consiglio federale la ciocca bianca di Giancarlo Giorgetti si è allargata. «Che facciamo: non paghiamo la retta alla Nato?», ha chiesto il titolare di via XX Settembre.
Ieri, in attesa di saperne di più, uno dei maggiori rappresentanti del Carroccio è arrivato persino a elogiare «il metodo di Mario Draghi» quando stava al governo: «Prima si fa e poi si comunica». È il mondo al contrario, che mette in soffitta Trump e (quasi) tutto il pantheon sovranista. Per il resto è il solito Giorgetti, che parlando ai leghisti amici ha riversato una dose del suo pessimismo: «Provino quelli del centrosinistra a gestire i conti, se verranno a prendere il mio posto. Io me ne vado a lavorare per Goldman Sachs. O andrò a fare conferenze in giro per il mondo, come Matteo Renzi». Pagano bene.