Corriere della Sera, 11 aprile 2026
Usa, l’inflazione schizza al 3,3%
La guerra in Iran alimenta la corsa dei prezzi negli Stati Uniti e rischia di deprimere i consumi dei cittadini americani. E il consenso elettorale di Donald Trump. A marzo l’inflazione Usa è salita al 3,3%, meno del previsto ma comunque ai massimi da due anni. Il balzo rispetto al mese di febbraio, l’ultimo prima dell’attacco israelo-americano a Teheran, è dello 0,9% ed è tutto dovuto alla fiammata dell’energia causata dal blocco dello stretto di Hormuz. Nel giro di 31 giorni, così, il costo dell’energia negli Usa è cresciuto del 10,8%, un incremento che non si vedeva dal settembre 2005. I prezzi dei carburanti alla pompa sono saliti del 21,2%, il maggior rialzo mensile dal 1967, ossia da che il Bureau of Labor Statistics rileva questo dato.
Il «carrello della spesa» è rimasto stabile, ma probabilmente solo per un ritardo di trasmissione. «Alla luce dell’aumento dei prezzi dei carburanti, è questione di tempo prima che questi effetti si ripercuotano su settori a valle come quello alimentare», avvertono gli analisti di Janus Henderson. Anche perché, nel frattempo, i costi alla pompa negli Usa sono cresciuti ancora nei primi giorni di aprile, di pari passo con il petrolio (Wti) che ieri è arrivato a 99,2 dollari. La benzina ha così toccato i 4,15 dollari al gallone (circa 3,8 litri), in aumento del 31% dall’inizio del conflitto, e il diesel ha raggiunto i 5,68 dollari, con un rialzo del 51% in poco più di un mese. Se il greggio resterà a lungo su questi livelli, prevedono perciò gli esperti, l’inflazione potrà superare a breve il 4%, complicando enormemente il lavoro della Federal Reserve. Dinanzi all’aumento dei prezzi, infatti, il manuale delle banche centrali prevede un rialzo dei tassi di interesse per raffreddare la domanda. Quando però l’inflazione è dovuta a una carenza di offerta di energia (come già nel 2022), un rialzo del costo del denaro rischia di gelare la crescita economica, avvicinando lo spettro di una stagflazione. In sintesi, la Fed può frenare la domanda, ma non può produrre petrolio.
Il caro-vita sta già erodendo il potere d’acquisto dei lavoratori americani, sceso dello 0,6% a marzo, con possibili ricadute sui consumi perché, chiosa Rbc, «se si spende più per la benzina, si deve tagliare da qualche altra parte». E, a volte, anche solo la percezione del pericolo di un impoverimento può indurre al risparmio. Secondo l’università del Michigan, infatti, ad aprile la fiducia dei consumatori Usa è scesa al minimo storico di 47,6 punti proprio a causa dei timori per l’inflazione, attesa al 4,8% per l’anno a venire. Questi numeri e sensazioni rischiano di giocare a sfavore dei repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato. Trump ha vinto le presidenziali nel 2024 promettendo di riportare sotto controllo l’inflazione. E invece, «con i suoi dazi caotici stava già mettendo sotto pressione le famiglie americane e ora ha fatto schizzare i prezzi dell’energia – ha detto la senatrice democratica Elizabeth Warren – ogni famiglia che fatica a fare il pieno o a comprare generi alimentari sa esattamente chi è responsabile».