Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  aprile 11 Sabato calendario

I raid su Beirut proseguono

La polizia definisce la manifestazione di questa sera in piazza Rabin a Tel Aviv «la protesta di attivisti di estrema sinistra contro il governo». È la mentalità trasmessa giù per i ranghi da Itamar Ben-Gvir, il ministro per la Sicurezza Nazionale. Il problema per lui e per il premier Benjamin Netanyahu è che non sarebbero solo i «sinistrorsi» – secondo i sondaggi di questi giorni – a essere insoddisfatti della coalizione al potere. Se le elezioni si tenessero adesso – sono previste entro ottobre – l’opposizione prenderebbe 70 seggi e il gruppo guidato da Bibi si ritroverebbe con 50 deputati.
Le rilevazioni attribuiscono il malcontento alle cinque settimane di guerra contro l’Iran e di sicuro in molti non dimenticano che il primo ministro non si è mai preso la responsabilità per i massacri del 7 ottobre 2023, 1.200 persone uccise dai terroristi di Hamas. Solo il 30 per cento degli israeliani è convinto che gli Stati Uniti e lo Stato ebraico abbiano vinto il conflitto contro il regime islamico, il 32 per cento dice di non voler vedere rieletto Bibi, il premier più longevo nella Storia del Paese, è al potere dal 2009 quasi senza interruzioni.
Così Netanyahu riprende il copione di altre campagne elettorali e spinge a destra. Ieri ha deciso di espellere la Spagna dal centro di coordinamento che riunisce i militari internazionali per monitorare il cessate il fuoco a Gaza. «Non resteremo in silenzio di fronte a chi ci attacca. Madrid ha diffamato i nostri eroi, i soldati delle forze armate». Dopo i dieci minuti di bombardamenti devastanti su Beirut mercoledì mattina – oltre 200 morti – il premier Pedro Sánchez aveva denunciato: «Inaccettabile il disprezzo di Netanyahu per la vita umana». Sempre per accontentare la base più oltranzista e gli alleati coloni, Bibi, com’è soprannominato, ha dato il via libera alla costruzione di 34 nuovi insediamenti in Cisgiordania. «Decisione che compromette gravemente le prospettive di pace con i palestinesi», attacca l’Unione europea.
L’aviazione di Tsahal ha continuato i bombardamenti sul Libano: i portavoce militari sostengono che in cinque settimane sono stati uccisi 1.400 miliziani, il governo a Beirut calcola 1.800 vittime in totale. Hezbollah ha risposto con i lanci di missili: uno ha fatto risuonare le sirene in tutto il Paese nella notte di giovedì perché la sua gittata gli permetteva di raggiungere il porto di Ashdod a sud prima di essere intercettato. Naim Qassem, il leader del gruppo sciita, avverte in un messaggio scritto: «Continueremo a combattere fino all’ultimo respiro».
Netanyahu – rivela la Cnn – avrebbe avuto una telefonata «molto tesa» con Trump prima di accettare l’apertura di negoziati con il governo di Beirut, che dovrebbero tenersi martedì negli Usa: il premier israeliano si sarebbe reso conto che se non avesse ceduto sulle trattative, l’amico Donald gli avrebbe imposto di fermare i raid. Bibi si è in qualche modo rivalso sulla Francia: ne ha preteso l’esclusione dalla mediazione, perché è tra i Paesi europei più critici, anche se Parigi ha sempre avuto un ruolo storico nei rapporti con il Paese arabo.