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 2026  aprile 11 Sabato calendario

L’ora dei colloqui in Pakistan tra le minacce di Trump

Le banche in Iran riaprono domani e sembra il segnale che nonostante le minacce reciproche gli iraniani non vogliano riprendere lo scontro. Le delegazioni stanno arrivando a Islamabad per discutere come andare avanti da qui, dalla tregua di quindici giorni che ha fermato quasi cinque settimane di guerra. La capitale del Pakistan è blindata, le strade bloccate da filo spinato e container di metallo. La zona invalicabile si estende per un raggio di tre chilometri attorno all’hotel dove avvengono i colloqui indiretti. Il vicepresidente JD Vance è decollato dagli Stati Uniti ed è lui a guidare i negoziati, accompagnato dai soliti Steve Witkoff e Jared Kushner, che è anche genero di Donald Trump. «Se gli iraniani sono disposti a discutere in buona fede, siamo aperti a cercare una soluzione. Se cercheranno di truffarci, sappiano che non staremo al gioco», ha dichiarato Vance prima di salire sull’Air Force Two. All’interno dell’amministrazione americana è quello da sempre più scettico verso le operazioni militari all’estero, ci ha costruito la carriera politica.
Come biglietto di presentazione gli iraniani hanno trollato il presidente americano via social media replicando (dall’ambasciata in Zimbabwe) alla sua richiesta di riaprire lo Stretto di Hormuz: «Abbiamo perso le chiavi». Più bellicosi e concreti i pasdaran: in un comunicato diffuso ieri hanno ribadito che manterranno il controllo sul passaggio obbligato per i mercantili di tutto il mondo e riprenderanno i lanci di missili contro Israele, se lo Stato ebraico continua i bombardamenti sul Libano per colpire Hezbollah, l’organizzazione sciita armata dagli ayatollah. Israele ieri ha proseguito i raid sul Libano, ma una tv saudita riferisce che già oggi potrebbe essere annunciato il cessate il fuoco. Spiraglio chiuso dall’ambasciatore israeliano in Usa Yechiel Leiter: non discutereremo di cessate il fuoco con Hezbollah durante i colloqui con il governo libanese che si terranno la prossima settimana a Washington.
Il regime iraniano ha inviato in Pakistan Mohammad Bagher Ghalibaf, il presidente del Parlamento emerso come figura chiave dopo la decapitazione dei vertici a Teheran, e Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri che Witkoff e Kushner hanno già affrontato nelle settimane precedenti al conflitto nel tentativo fallito di evitare l’offensiva americana e israeliana iniziata il 28 febbraio.
Si portano dietro il documento in dieci punti con le richieste iraniane e Ghalibaf ha già anticipato che per dare il via ai colloqui i beni requisiti dalle sanzioni devono essere sbloccati e la tregua in Libano raggiunta. Il regime cerca di proteggere Hezbollah, su cui in questi anni ha investito miliardi di dollari e gli ha permesso di minacciare la regione come durante l’intervento in Siria a sostegno del dittatore Bashar al-Assad.
Gli americani si basano sulle quindici questioni fissate dalla Casa Bianca. Prima fra tutte quella del programma atomico voluto dagli ayatollah, soprattutto i 450 chilogrammi di uranio arricchito ancora nascosti e seppelliti da qualche parte tra le montagne. L’intelligence israeliana stima che il materiale nucleare rimarrà là sotto e verrà monitorato qualunque tentativo dei pasdaran di recuperarlo. Trump pretende la riapertura totale di Hormuz: dall’entrata in vigore del cessate il fuoco nella notte tra martedì e mercoledì sono passati solo 12 cargo, prima erano un centinaio al giorno. Gli iraniani hanno minato la via d’acqua e chiedono che ogni nave paghi un pedaggio. «Gli iraniani non hanno carte da giocare, se non questa estorsione a breve termine. Non si rendono conto che sono in vita solo per negoziare. Senza un accordo, colpiremo con armi ancora più potenti» ha minacciato Trump sul suo social media Truth. Netanyahu vorrebbe che nell’eventuale intesa venisse inserito lo stop alla produzione di missili e al sostegno alle milizie per procura come Hezbollah o gli Houthi. Elementi che non interessano più di tanto al presidente americano. Trump ha ormai rimosso dai suoi pensieri pure l’idea di un cambio di regime a Teheran o di un appoggio ai rivoltosi che agli inizi di gennaio erano scesi in strada, ma erano stati massacrati dagli sgherri fondamentalisti.