Il Messaggero, 10 aprile 2026
Per il vino test sull’export. Bruxelles vuole l’avviso sulle etichette
Il vino italiano paga dazio. E non solo perché da un anno sta vivendo sull’ottovolante delle tariffe imposte dall’amministrazione americana che però alla fine non sono il male peggiore. La vera emergenza, che sta diventando strutturale, è il calo dei consumi, in Italia e all’estero, depressi anche da una campagna salutistica che ha provato con tutte le armi a mettere la bottiglia sul banco degli imputati. E ora Bruxelles torna alla carica. A lanciare l’allarme l’Unione Italiana Vini (Uiv). La Commissione Salute dell’Europarlamento avrebbe invitato la Commissione Ue a presentare proposte legislative sugli health warning in etichetta. Così – denuncia Uiv- si penalizza ingiustamente un settore strategico del Made in Europe.
Questo il quadro in cui si apre il Vinitaly, in programma alla Fiera di Verona dal 12 al 15 aprile. E tra i Paesi più colpiti c’ è l’Italia, primo produttore mondiale con il 22% del mercato globale, secondo i dati dell’ufficio studi della Sace.
Certo pesa l’incertezza dei mercati per le guerre in corso che hanno fatto impennare i costi e rallentato l’export. Ma a giocare in favore del settore italiano c’è l’apertura di nuovi mercati, dal Sud America (con l’accordo Ue-Mercosur operativo il 1° maggio) all’India e fino all’Australia. La promozione svolgerà un ruolo fondamentale. Il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida che punta molto su tutte le attività che potranno esaltare il racconto delle qualità e specificità del vino nazionale ha messo sul tavolo 100 milioni in più assegnati all’Ice e poi stanziamenti per oltre un miliardo nell’ambito del Pnrr per i contratti di filiera. Lollobrigida crede nell’accoppiata Cucina italiana-patrimonio dell’Unesco e vino. La ristorazione sarà infatti un canale strategico. Ne è convinto il presidente di Veronafiere, Federico Bricolo, che ha ricordato la presenza nel mondo di 600mila ristoranti italiani, mille solo a New York e 5mila a Tokyo. Ma l’ombra dei consumi in ritirata rischia di appannare il futuro.
Secondo un’analisi del centro studi Divulga, in dieci anni i consumi mondiali si sono ridotti del 10%, in Italia in un ventennio sono calati del 18%. Il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini e il segretario generale, Vincenzo Gesmundo, ritengono che la grande opportunità siano i prodotti di alta qualità e la straordinaria biodiversità con 500 vitigni autoctoni, ma «è imprescindibile liberare il vino dalle catene che sono i dazi, ma soprattutto la burocrazia e le etichette allarmistiche». «Seguiamo con grande preoccupazione il calo dei consumi di vino in Italia e nei principali mercati – ha sottolineato il presidente della Cia, Cristiano Fini – tuttavia, guardiamo con ottimismo alle nuove opportunità offerte da mercati emergenti come Brasile, Messico e Cina. È il momento di investire in innovazione e promozione per conquistare queste piazze in fermento e superare le sfide strutturali del settore».
«Il vino italiano non può rassegnarsi a una decrescita felice – ha sostenuto Raffaele Drei, presidente di Fedagri Confcooperative – serve affrontare una riconversione produttiva sia in campagna che in cantina che adegui il prodotto ai nuovi stili di vita e per questo il comparto va accompagnato con una nuova politica di filiera». Secondo Confagricoltura «la grande Italia del vino è pronta a presidiare i risultati raggiunti. Sono da cogliere le opportunità dei nuovi accordi commerciali; mentre il calo dei consumi va fronteggiato con una strategia adeguata di promozione e comunicazione».