ilgiornale.it, 10 aprile 2026
L’asso di picche e le guerre statunitensi
Se si osservano attentamente le fotografie della guerra del Vietnam, c’è un dettaglio ricorrente che potrebbe sorprendere: l’asso di picche. Infilato negli elastici degli elmetti M1 dei soldati, o dipinto sulle fusoliere dei mitici elicotteri Huey, questo simbolo deve la sua diffusione sul campo di battaglia del Sud-est asiatico a ragioni strettamente legate alla dimensione della guerra psicologica.
Conosciuto anche come Spadille o Carta delle tasse, l’asso di picche è noto per essere la carta da gioco più ornata del mazzo fin dal XVI secolo, quando nel 1588 venne introdotta una tassa sulle carte da gioco, seguita, nel 1675, da un sistema pensato per garantirne il pagamento: un elaborato bollo fiscale applicato proprio sull’asso di picche, che ne accrebbe prestigio e riconoscibilità.
La comparsa della picca sui campi di battaglia risale però alla Seconda guerra mondiale. Il 506° Reggimento di Fanteria Paracadutisti della 101ª Divisione Aviotrasportata, le famose “Screaming Eagles”, adottò infatti i semi delle carte da gioco per identificare le proprie unità dopo i lanci in Normandia. Nei giorni che precedettero il D-Day, ai quattro reggimenti della 101ª venne assegnato un seme: cuori al 502°, quadri al 501°, fiori al 327° Reggimento di Fanteria Aviotrasportata e picche al 506°. Per quest’ultimo, la picca divenne anche un simbolo di buona fortuna.
Durante la guerra del Vietnam, l’asso di picche – ribattezzato “carta della morte” – assunse tutto un altro significato. I soldati americani iniziarono a utilizzarlo come arma di “guerra psicologica” lasciandolo sui corpi dei combattenti vietnamiti uccisi, e lo spargevano nei villaggi durante le operazioni come firma del loro passaggio. Il mito che cresceva intorno a questa simbologia spinse alcuni soldati a infilare la carta dell’asso di picche nella fascia elastica dell’elmetto che teneva, insieme a molti oggetti personali, dalle sigarette agli strumenti d’uso quotidiano, la tela mimetica che doveva confondere l’elmetto con la vegetazione, trasformando la picca in un segno distintivo, talvolta interpretato come simbolo “contrario alla pace”. Tra i soldati si era diffusa la credenza che la carta potesse “intimidire e demoralizzare” i Viet Cong. Una credenza priva di alcun fondamento: in Vietnam non esisteva alcuna superstizione legata all’asso di picche. Ciò nonostante, il simbolo contribuì a rafforzare il morale dei soldati e dei marines statunitensi.
La convinzione della sua efficacia fu tale che si arrivò a richiedere mazzi di carte composti esclusivamente da assi di picche. Due tenenti della Compagnia Charlie, 2° Battaglione, 35° Reggimento di Fanteria, contattarono la United States Playing Card Company chiedendo la fornitura di questi mazzi speciali. L’azienda acconsentì, inviando gratuitamente migliaia di confezioni etichettate con il marchio Bicycle e la dicitura “Secret Weapon”. Le carte venivano poi distribuite nella giungla o nei villaggi durante le operazioni, con l’obiettivo di intimidire ulteriormente il nemico.
Una rappresentazione ben diversa da quella che si è affermata nell’immaginario collettivo. Chi ha visto Apocalypse Now ricorderà come l’asso di picche venga lasciato come un inquietante “biglietto da visita”, contribuendo a consolidare nell’immaginario collettivo uno degli strumenti di guerra psicologica costruiti a tavolino dalle convinzioni occidentali.
Per i soldati il significato era più diretto: l’asso di picche era un messaggio lanciato nella giungla: “siamo ancora qui”. Un segno di presenza, resistenza e controllo in un ambiente dove il nemico era spesso invisibile e il confine tra sicurezza e pericolo estremamente labile.
Il mito dell’asso di picche e del suo “potere psicologico” sui vietnamiti affonda le sue radici nel periodo coloniale francese. Secondo alcune interpretazioni, infatti, i francesi utilizzavano le carte anche per pratiche divinatorie, attribuendo all’asso di picche un significato funesto. Su questa base, le forze statunitensi ritennero che lasciare l’asso di picche sui corpi dei nemici morti potesse avere un effetto intimidatorio. Alcuni soldati lo posizionavano accanto ai caduti, rendendolo simbolicamente l’ultima immagine visibile. Studi successivi evidenziarono come questa convinzione fosse, nella migliore delle ipotesi, un semplice equivoco. Il mazzo occidentale, introdotto dai francesi, non faceva parte della tradizione culturale vietnamita, che utilizzava carte completamente diverse per struttura e simbologia. Per un combattente Viet Cong, l’asso di picche era semplicemente un oggetto estraneo, privo di significato.
Eppure, la carta della morte continuò a circolare, assumendo un ruolo importante – ma non per le ragioni immaginate dai comandi americani. Il suo impatto psicologico era interno, rivolto agli stessi soldati statunitensi. Lasciare un asso di picche su una posizione conquistata o accanto a un nemico caduto diventava un modo per affermare il controllo su uno spazio ostile. Allo stesso tempo, anche solo la convinzione che il simbolo potesse incutere timore contribuiva a rafforzare la fiducia durante le pattuglie. In un contesto dominato dall’incertezza, ogni elemento capace di aumentare la sicurezza psicologica acquisiva un valore significativo.
Un ulteriore fattore fu il sistema di rotazione individuale adottato in Vietnam, che impediva la coesione duratura delle unità. I soldati si percepivano spesso come ingranaggi di un meccanismo impersonale. In questo contesto, simboli informali – graffiti sugli elmetti, slogan, segni di pace o l’asso di picche – divennero strumenti per riaffermare la propria identità. E da sempre l’incontro con i veterani portava all’emulazione di pratiche e abitudini di cui non sempre si conosceva la storia o il significato più profondo, ma che venivano prese per buone dagli ultimi arrivati. Ben presto esibire quella carta assunse il significato di “esperienza e sopravvivenza”. Essa indicava chi aveva “visto l’elefante”, secondo il gergo militare americano l’aver vissuto la prima esperienza in combattimento, ed era tornato indietro. Un simbolo carico di umorismo nero, che rifletteva la consapevolezza costante del rischio.
L’asso di picche non fu davvero un’arma segreta contro il nemico, ma piuttosto uno specchio della guerra stessa: delle sue paure, delle sue illusioni e del bisogno, profondamente umano, di attribuire un significato – anche simbolico – a un conflitto dove spesso nulla sembrava averne.
Molti anni dopo, durante Desert Storm, l’operazione lanciata dagli americani in Iraq, la Defense Intelligence Agency, l’intelligence militare, rispolverò questo linguaggio simbolico delle carte da gioco, creando un mazzo speciale per identificare i 52 iracheni più ricercati.
In quel caso, Saddam Hussein venne raffigurato proprio sull’asso di picche, ribadendo ancora una volta il legame tra questa carta e l’idea di bersaglio prioritario – o, simbolicamente, di “carta della morte”.