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 2026  aprile 10 Venerdì calendario

Intervista a Lucia Poli

«Recitare a casa mia era un gioco, non un sogno da realizzare». Sorella d’arte dell’attore super talentuoso e debordante morto giusto dieci anni fa, cui è sempre stata legata da un affetto profondo ma che, da ragazzina, non avrebbe mai pensato di incrociare su un palcoscenico, Lucia Poli si racconta: dall’infanzia di guerra quando era sfollata da Firenze alle recite casalinghe del fratello Paolo, più vecchio di undici anni e già proiettato verso le luci della ribalta. Dall’insegnamento al liceo artistico all’approdo a Roma, con gli spettacoli nei teatrini off e le serate a casa di Laura Betti con Moravia e Pasolini, fino all’incontro sul palco col fratello maggiore, a interpretare I Tre Moschettieri in tv e a calcare il palco assieme a lui.
Davvero non pensava di fare l’attrice da piccola?
«Veramente no… Sono nata durante la guerra, nel ’40, eravamo cinque fratelli e a casa mia c’era un regime molto spartano, non c’erano balocchi e ben presto è rimasta solo mia madre, che faceva la maestra, perché mio padre è morto quando avevo sei anni. Non essendoci giocattoli si inventavano storie fra noi e recitavamo al teatrino parrocchiale davanti casa. Paolo faceva già sul serio, ma io non avevo il sogno di fare l’attrice: quando mi sono laureata lui era già un professionista e io non volevo seguire le orme del fratello famoso».
Così ha scelto di diventare insegnante.
«Sì, preferivo studiare e scrivere piccoli saggi, ho insegnato per alcuni anni al liceo artistico di Firenze, fra i miei studenti ho avuto anche Marco Messeri, che a sua volta sarebbe diventato un attore».
Durante la guerra ve la siete vista brutta.
«Io ero piccola e Paolo adolescente, eravamo sfollati in campagna, ma era pur sempre la Linea Gotica ed era pericoloso: una volta un aereo ci mitragliò dall’alto e lui correva in discesa fra i filari di vite tenendomi abbracciata. Aveva un atteggiamento protettivo ma anche giocoso: si rideva, ci somigliavamo molto, e io non mi rendevo conto del pericolo».
La coinvolgeva nel suo mestiere di attore?
«A 12 anni mi portava a vedere le prove della Locandiera e poi a casa mi raccontava film e commedie, era un grande affabulatore: una volta mi disse “intanto che ti racconto ti taglio un po’ i capelli”, che io avevo molto lunghi. Alla fine della storia, senza che me ne fossi resa conto, ce li avevo cortissimi, come la Giovanna d’Arco di Dreyer… A scuola la maestra mi chiese se avevo avuto la rogna, lui invece sosteneva che non ero mai stata così carina perché sembravo un ragazzo. Ma l’ho perdonato subito».
Ha sostituito la figura paterna?
«Era piuttosto un amico maggiore che ne sa più di te, mi è stato sempre vicino come gusti e mi ha portato a Genova dove l’ho visto nel suo primo lavoro teatrale importante, regia di Aldo Trionfo. Mi faceva vedere la città: era tutto meraviglioso con lui. Mi teneva con sé, mi coccolava, anche tagliarmi i capelli era stato un gesto amoroso».
Poi nel 1970 è andata a Roma e la sua vita cambiò.
«E Paolo all’inizio mi ospitò a casa sua. Ho cominciato con la radio, mi avevano proposto di scrivere i testi di trasmissioni di letteratura per la terza rete. Roma era una città vivacissima, a Firenze non ci sono più tornata».
Ci parli della sua amicizia con Alberto Moravia.
«Eravamo grandi amici, lui era spiritoso e intelligente, amava molto parlare con gli altri, soprattutto con le donne, ma non per sedurle, per curiosità della personalità femminile e della vita: mi chiedeva della nonna, della zia, e aveva anche uno humour infantile. Ricordo una sua battuta: tu menti sapendo di mentine… Divenne amico anche di Paolo».
Quelli erano anni caldi, era impegnata in politica?
«Amavo molto Berlinguer. Stavo al quartiere Prati, dove vivevo con Giuseppe Bertolucci, che è stato il mio compagno fino al 1977. Da quelle parti c’era una sezione del Movimento sociale italiano e bisognava stare attenti a passarci davanti, perché se non prendevi il loro volantino ti strattonavano. Poi gli eccessi in quel periodo c’erano da entrambe le parti».
Si esibiva nei teatrini off della capitale dove esordì anche Roberto Benigni.
«Era il teatro nelle cantine, al Beat 72. Il regista Donato Sannini portò Benigni che aveva conosciuto ai Festival dell’Unità, dove cantava e recitava poesie. Suonava la chitarra e inventava canzoni buffe, si vedeva che aveva un talento esagerato. L’anno dopo aprimmo l’Alberichino in un vecchio garage, con Bertolucci aveva già fatto il personaggio di Cioni Mario. Roberto le prime sere faceva un monologo per tre-quattro persone: dopo pochi giorni era strapieno e si doveva mandare indietro la gente».
È vero che lei rifiutò una proposta di Fellini?
«Mi voleva per una parte en travesti in Ginger e Fred, ma avevo già la mia stagione teatrale e gli dissi di no. Quando ci siamo incontrati mi propose un personaggio androgino, forse perché assomigliavo a Paolo, e fu molto gentile e professionale. Rimpianti non ne ho, avevo fatto la mia scelta di un teatro di autrice».
Che spettacolo era il suo?
«Il titolo era Liquidi, un monologo su una donna, sul rapporto fra corpo femminile e le parole: una ricerca dell’identità non abbellita e non addomesticata».
A Roma conobbe anche Anna Magnani.
«Negli anni Sessanta era sempre in prima fila a uno spettacolo di Paolo, poi alla fine lei diceva “annamo tutti a vedé Roma”, e ci si ritrovava ad affacciarci in piazza del Campidoglio. Diceva che facevamo gli attori perché ci era mancata qualche carezza...».
Che ricordo ha di Pasolini?
«Ero molto amica di Laura Betti, che era una grande cuoca e organizzava cene a casa sua: non potevano mancare né Moravia, detto affettuosamente “la nonna”, né Pasolini, che era il suo amore e di cui era perduta per stima e affetto. Pasolini era ascetico, riservato e mangiava pochissimo, spesso solo un riso in bianco. Parlava poco e soprattutto con Moravia, ricordo un confronto sull’Illuminismo. Poi a una certa ora scompariva, cominciavano la sua vita notturna e la sua zona d’ombra».