repubblica.it, 10 aprile 2026
Più della metà dei ponti italiani ha oltre 50 anni
Più della metà di 61mila ponti e viadotti che attraversano l’Italia ha superato i cinquant’anni: la ‘vita utile’, almeno per le infrastrutture più datate. “Per questo è sempre più urgente investire in manutenzione straordinaria con dispositivi intelligenti e piattaforme dotate di intelligenza artificiale in grado di prevenire disastri”, spiega Damiano Frosi, responsabile dell’Osservatorio digital&smart infrastructures del Politecnico di Milano. “E ricordo a tutti che 1.900 di queste opere – aggiunge – sono già a rischio strutturale, secondo un’analisi che abbiamo fatto con il Centro studi Tim”.
Del resto, le immagini del ponte sul fiume Trigno, in Molise, crollato il 2 aprile scorso sotto i colpi del maltempo, o la frana di Petacciato, sempre nei dintorni di Campobasso, che ha spaccato in due l’Italia lungo la dorsale adriatica il 7 aprile scorso, sono le ultime due istantanee di un Paese sempre più fragile. Per non parlare del Ponte Morandi, che si è sbriciolato il 14 agosto 2018 a Genova.
"Applicando dispositivi in grado di misurare le vibrazioni delle strutture, la distanza delle intercapedini o le pendenze in gioco, assieme a sensori meteo, è possibile fare manutenzioni mirate, tagliando i costi di un 20-30% ed evitando il 27% dei cedimenti”, osserva ancora Frosi, che è anche a capo dell’Osservatorio contract logistics Gino Marchet nella stessa università.
Il risultato è una montagna di dati da dare in pasto agli algoritmi di IA per portare a casa modelli di manutenzione predittiva. Prevenzione, insomma. Stando alle stime del Politecnico, i benefici economici attesi vanno dai 45 ai 165mila euro per ciascuna struttura. “Moltiplicateli per 61mila”, osserva l’ingegnere. Risultato: dai 2,7 ai 10 miliardi di risparmi. Senza contare il rischio economico complessivo, cioè la somma dei danni collaterali che pesano sull’economia di un territorio in termini di ritardi nei trasporti, lavoro perso o commesse slittate, che “viene tagliato fino al 40%”.
Al risparmio di vite umane e di costi che affossano l’economia si aggiungono i benefici che gli investimenti nelle infrastrutture portano, annota ancora Frosi. Senza scomodare Keynes, lo ha detto chiaro il Fondo monetario internazionale nel suo Fiscal Monitor 2025: un punto di Pil in più investito in infrastrutture porta a una crescita di lungo periodo dell’1,5% (il 3,5 nei Paesi emergenti). È uno dei dati presentati in anteprima oggi a Genova, a bordo della nave Costa Toscana, in occasione di Be Digital, evento organizzato da Economia pulita e Fancy Factory.