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 2026  aprile 10 Venerdì calendario

Nelle campagne ungheresi dove vige il sistema Orbán

Tra le colline morbide della contea di Zala comanda “Voldemort”. In un fazzoletto di terra che confina con l’Austria, la Croazia e la Slovenia, lo chiamano così. Perché Attila Pál controlla tutto, decide tutto. «È il presidente della contea ed è l’esempio tipico di come funziona Fidesz, il partito di Orbán. Attila Pál è il terminale ultimo del suo capillare sistema feudale, un tentacolo della gigantesca piovra orbániana che penetra ogni aspetto della vita. Se non voti Fidesz, sei finito». Incontriamo Milán Ruzsic in un piccolo caffè di un paesino di novemila anime, Lenti. Davanti a un pezzo di torta, Milán ci spiega che non ha più niente da perdere. «Se domenica rivince Orbán, io ho chiuso con questo Paese. Emigro».
L’imprenditore turistico non ha mai ricevuto un centesimo dai fondi europei perché tutti sanno che fa parte dell’opposizione, del partito liberale Momentum. «È normale. Il sistema funziona così: se non voti Fidesz, perdi il lavoro, l’accesso ai sussidi, al servizio sanitario, se sei un’azienda ti mandano gli ispettori delle tasse, quelli del lavoro, finché non ti pieghi. Se sei povero, sei ancora più vulnerabile: ti tolgono gli aiuti, d’inverno ti negano la legna, minacciano di mandarti i servizi sociali e di strapparti i figli”.
Anche Melinda Fehér si è fatta coraggio, nel 2024 si era candidata con Momentum. Ha accompagnato Milán, ha deciso di parlare perché non ne può più di sentirsi soffocata da quello che il sociologo Bálint Magyar ha già definito nel 2014 uno “Stato-mafia”. Melinda racconta che un’azienda locale che produce un olio di zucca, Balog Olay, non può esporre i sui prodotti nel mercato locale perché il proprietario “non è di Fidesz”.
E il partito di Orbán «controlla tutto: da chi viene assunto come insegnante della scuola a chi pulisce la scuola. Decide se tuo figlio può partecipare alle attività extrascolastiche, se la tua anziana madre può stare nella casa di riposo, se puoi avere accesso alle cure mediche». Se non obbedisci, sei fuori. «Quando abbiamo organizzato delle manifestazioni di protesta è venuto il sindaco di Lenti, Lázslo Horváth, e ci ha fotografati tutti. Una minaccia palese: tutti sanno cosa succede se sei bollato come anti-Fidesz». Nel frattempo ci ha raggiunti Lázslo Takács, detto “Lazi”, cappellino da baseball e un adesivo di Peter Magyar sul telefonino. Ordina un succo di frutta, ci racconta la sua storia. È stato beccato mentre imbrattava un cartello accanto a un ponte arrugginito per segnalare che da due anni quel ponte aspetta di essere riparato. «La polizia ha fatto irruzione in casa alle sei di mattina e mi ha portato al commissariato per ore. Sono tuttora sotto processo per un danno da trenta euro». Chi si ribella viene trattato come un criminale.
«Fidesz ha la più grande forza di mobilitazione al livello locale». Prima del nostro viaggio a Lenti, Jozsef Peter Martin, direttore di Transparency International, ci aveva già spiegato nel suo ufficio di Budapest che il partito di Orbán «ha costruito un sistema totalmente feudalistico nelle zone rurali, dove infatti è da sempre più forte. E approfitta del fatto che in questi villaggi e paesi la popolazione dipende totalmente dalle élite locali».
La domanda è ovvia: come fa Fidesz a sapere chi voti? Milán Ruzsic si stringe nelle spalle. «È semplice. Possono chiederti di fotografare la scheda. Oppure ti danno una scheda già segnata con la croce sul partito “giusto”, tu ritiri quella bianca e infili quella segnata nell’urna. Quando esci, devi consegnare quella bianca al tirapiedi del capo locale. Hanno imparato dalla mafia. Nelle case di riposo è ancora più semplice perché lì portano le “urne ambulanti” ed è facile controllare chi vota cosa. Nelle comunità più disagiate i tirapiedi dei capi locali organizzano dei pulmini, ti vengono a prendere nel giorno del voto. In cambio ti danno cinque chili di patate, un po’ di spesa, due soldi». Lázslo Takács annuisce: «alle ultime elezioni ho fatto campagna porta a porta per l’opposizione. Nelle comunità Rom mi hanno detto che Fidesz li minacciava: se non ci votate, niente legna, niente aiuti, niente case popolari».
Un documentario straordinario che sta avendo un enorme successo in queste settimane, “Il prezzo del voto”, racconta del tormento nelle zone rurali a Est e a Nord dell’Ungheria, quelle dei villaggi più poveri, quelle spesso popolate dalla comunità Rom. La pressione su questi villaggi, documentate da una squadra di giornalisti investigativi, “DE! Akcióközösség”, è opprimente. E il documentario racconta anche che i tossicodipendenti vengono corrotti con la “roba”, che agli alcolisti viene dato da bere, che i pullman vanno a prendere i più disagiati dalla mattina presto per portarli ai seggi. Secondo il film, le pressioni dirette arrivano a influenzare fino al 10% degli elettori. Ai Rom minacciano persino di togliergli i figli.
Ma anche a Lenti, dalla parte opposta dell’Ungheria, a pochi chilometri dal lago Balaton, in un’area turistica e molto più benestante, il sistema Orbán funziona come un orologio, grazie alle élite locali che fungono da Grande Fratello. Per Melinda la conclusione è amara: «la più grande colpa di Orbán è che ha spezzato l’anima agli ungheresi».