corriere.it, 10 aprile 2026
Nazionale di calcio, la grande fuga degli sponsor
C’era un tempo in cui la maglia azzurra vendeva sogni, spot e scaffali. Oggi la domanda è un’altra: chi resta? La crisi della Nazionale italiana di calcio non si misura più soltanto con i risultati, con le qualificazioni mancate o con la geografia sempre più lontana dei Mondiali. Si misura con un indicatore molto più spietato del pallone: la velocità con cui gli sponsor si allontanano. Perché il calcio italiano può anche continuare a raccontarsela con i convegni, le filiere, i tavoli tecnici e i powerpoint sulla «ripartenza del sistema», ma il mercato ha una qualità che lo rende antipatico e prezioso: non finge. Se il prodotto perde fascino, valore e affidabilità, il brand non applaude: taglia il budget. Ed è esattamente quello che sta accadendo alla Figc, che scopre nel modo più brutale possibile che la mancata qualificazione ai Mondiali non è solo una figuraccia sportiva, ma un declassamento commerciale. In altre parole: non sei più il volto sorridente dello sport italiano ma un investimento da spiegare con imbarazzo in consiglio d’amministrazione.
Il danno, peraltro, non è nemmeno filosofico. È ragionieristico. Ha cifre, note a margine e caselle di budget. La Federazione, prudentemente – e già questo la dice lunga sul clima – non ha inserito a bilancio per il 2026 gli incassi legati alla qualificazione mondiale. Traduzione: nessuno, in casa azzurra, se l’è sentita di fare affidamento sul fatto di esserci davvero. Ma soprattutto i contratti parlano chiaro: in caso di assenza dal Mondiale scatta un malus da circa 9,5 milioni di euro solo nell’anno del torneo, dentro un sistema di partnership che comprende anche il maxi accordo con Adidas per la maglia, stimato intorno ai 30 milioni. In pratica Adidas non pagherà gli ultimi 9 milioni. A questo va aggiunta un’altra decina di milioni tra minori vendite di magliette e gadget, attivazioni commerciali che perdono mordente e trattative con nuovi sponsor che diventano improvvisamente molto meno seducenti. Detta meno elegantemente: se non vai al Mondiale, non perdi solo la vetrina. Perdi il negozio.
Il segnale più nitido è arrivato da Telepass, che ha confermato ufficialmente alla Figc la chiusura della sponsorizzazione delle Nazionali al termine dell’accordo quadriennale firmato nel 2023. Niente strappi isterici, nessuna porta sbattuta, nessun comunicato col veleno: la formula è quella elegante del corporate italiano, dove ti salutano con garbo mentre ti stanno già lasciando. Tradotto dal linguaggio aziendale all’italiano corrente, il messaggio suona così: grazie di tutto, ma per ora scendiamo qui. Naturalmente Telepass ha lasciato aperto il classico spiraglio da manuale – «disponibili a valutare nuove forme di supporto» – che è un po’ la versione sponsorizzata del celebre «restiamo amici». E infatti il sottotesto è chiarissimo: la Nazionale, così com’è, oggi non tira più abbastanza. Il dettaglio più ironico è anche il più simbolico: Telepass era il partner perfetto per questa Italia, perché parlava di viaggi, percorsi, destinazioni. E invece gli Azzurri, negli ultimi tempi, sembrano specializzati solo in una tratta: uscita anticipata, corsia a destra.
Poi c’è il caso Esselunga, che è forse ancora più interessante perché racconta non tanto una fuga già avvenuta, quanto l’imbarazzo di chi deve decidere se restare sulla nave mentre l’orchestra suona «Notti Magiche» in versione unplugged. Ad oggi non risultano annunci pubblici di rottura: Esselunga è entrata nel 2023 come premium partner delle Nazionali e nel 2024 ha continuato a rivendicare la partnership anche nella comunicazione degli Europei. Dunque no, non si può dire che Esselunga abbia mollato. Non ancora, almeno. Ma la domanda vera non è se Esselunga stia andando via oggi. La domanda è: quanto conviene, domani, restare legati a un marchio che non genera più entusiasmo ma solo meme, processi e nostalgia?
Per un supermercato, la Nazionale dovrebbe essere una cosa semplicissima: famiglia, rito collettivo, estate, bambini con la maglia, carrello pieno e partita la sera. Il problema è che negli ultimi anni l’azzurro è diventato il colore ufficiale del «questa volta davvero tocchiamo il fondo». E allora sì, il rischio per la Figc non è soltanto perdere uno sponsor. È peggio: diventare un prodotto tiepido. E nel marketing non c’è nulla di più pericoloso di un brand che non scandalizza abbastanza da far parlare di sé e non entusiasma abbastanza da farsi amare.
La verità è brutale: la Nazionale italiana non è più, automaticamente, un bene rifugio per i marchi. Un tempo era una rendita simbolica. Ti associavi agli Azzurri e portavi a casa un pezzo di italianità spendibile ovunque: nei punti vendita, negli spot, nelle promozioni, nelle attivazioni social. Oggi invece ogni sponsor deve farsi una domanda che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata blasfema: ma questa roba ci conviene davvero? Perché sponsorizzare una Nazionale fuori dal Mondiale significa legarsi a meno visibilità globale, meno partite che contano, meno storytelling positivo, meno merchandising, meno appeal sui consumatori, più probabilità di finire in uno spot che, involontariamente, sembra satira. In pratica, la Figc offre ancora prestigio istituzionale ma molto meno rendimento emozionale. Ed è un problema gigantesco, perché lo sport, senza emozione, è solo tessuto tecnico con un logo.
E qui c’è il paradosso più italiano di tutti. La maglia azzurra, in sé, resta potentissima. Ha storia, memoria, iconografia, padri, figli, estate, Mondiali del passato, piazze, lacrime, Baggio, Tardelli, Cannavaro, tutto. Il problema è che il contenitore simbolico è molto più forte del contenuto attuale. In altre parole: si vende ancora il mito, ma il presente lo sabota. Ed è per questo che il fuggi fuggi degli sponsor è molto più di una faccenda commerciale. È un referendum silenzioso sulla credibilità del progetto azzurro. Non votano i tifosi, non votano i club, non votano i dirigenti: votano i budget marketing. E in questo momento il loro giudizio è abbastanza chiaro.
La Figc, adesso, non deve solo ricostruire una squadra. Deve ricostruire un prodotto. Che è una frase orribile da scrivere sul calcio, ma è esattamente il punto. Perché finché perdi una partita, puoi sempre raccontarla. Quando perdi attrattività, invece, inizi a perdere tutto il resto: sponsor, ricavi, peso internazionale, centralità culturale. Il vero spareggio, insomma, non è solo quello per tornare ai Mondiali. È quello per evitare che la Nazionale diventi, nel mercato delle grandi partnership, una bellissima insegna su un negozio sempre più vuoto. E a quel punto non basterà più nemmeno l’inno cantato a squarciagola. Servirà qualcosa di molto più raro nel calcio italiano contemporaneo: un’idea credibile.