corriere.it, 10 aprile 2026
Manager italiano arrestato negli Usa: «Riforniva la Russia di munizioni americane»
Un manager altoatesino, attivo nel settore della distribuzione di armi e munizioni, è finito al centro di un’inchiesta federale negli Stati Uniti per un sistema di esportazioni illegali che avrebbe aggirato le rigide norme americane sul commercio di materiali sensibili. Si tratta di Manfred Gruber, 61 anni, originario della Bassa Atesina, che nei giorni scorsi davanti a un tribunale federale di Brooklyn ha ammesso le proprie responsabilità dichiarandosi colpevole di cospirazione per violazione delle leggi sull’export. Secondo quanto ricostruito dalle autorità statunitensi, Gruber avrebbe gestito un articolato meccanismo internazionale per trasferire munizioni prodotte negli Stati Uniti verso il Kirghizistan, da dove sarebbero poi state inoltrate in Russia, in pieno contesto di guerra in Ucraina. Il valore complessivo delle forniture contestate supera i 540mila dollari. Un passaggio intermedio che, secondo gli inquirenti, serviva proprio a mascherare la destinazione finale del materiale.
L’indagine
L’indagine, coordinata dall’ufficio del procuratore federale dell’Eastern District di New York insieme all’Fbi e al Dipartimento del Commercio, descrive Gruber come un nodo centrale di una rete internazionale di approvvigionamento di munizioni. Il manager operava come direttore commerciale di una società italiana attiva nella distribuzione all’ingrosso di armi e munizioni e avrebbe sfruttato più aziende per rendere meno tracciabili i flussi. Il sistema si basava su un elemento chiave: le licenze di esportazione rilasciate dalle autorità statunitensi. Alcune aziende americane, con sede in Stati come Nebraska e Tennessee, erano autorizzate a vendere munizioni a una società italiana, ma con un vincolo preciso: il materiale non poteva essere riesportato verso altri Paesi senza ulteriori autorizzazioni. È proprio questo passaggio che, secondo l’accusa, sarebbe stato violato.
Il complice in Kirghizistan
Gruber, infatti, avrebbe acquistato regolarmente le munizioni negli Stati Uniti, facendole arrivare in Italia nel rispetto delle licenze. Successivamente, però, attraverso società di comodo, le avrebbe reindirizzate verso il Kirghizistan senza richiedere le necessarie autorizzazioni. Da lì, gran parte delle forniture sarebbe stata inoltrata in Russia, alimentando indirettamente lo sforzo bellico. Un ruolo decisivo nella rete lo avrebbe avuto Sergei Zharnovnikov, intermediario con base in Kirghizistan, già condannato all’inizio del 2026 a 39 mesi di carcere per violazioni analoghe. Nei dispositivi elettronici dell’uomo sarebbero stati trovati contratti che dimostrano l’esistenza di accordi con società russe per la fornitura di munizioni di fabbricazione statunitense.
La chat
Tra i documenti resi pubblici dal Dipartimento di giustizia americano dopo l’arresto, ci sono anche i messaggi scambiati con un presunto socio in affari. «Che tempi di consegna abbiamo per centomila proiettili?» chiede lui. Gruber risponde con tre smile: «Mi daranno una risposta tra pochi giorni... devi consegnare loro tutto in una volta? Lo chiedo per via della possibile destinazione... Hanno beccato il distributore sloveno che aveva triangolato con la Russia». Replica il socio: «No, questa richiesta viene da un cliente armeno. Possiamo anche frazionare la spedizione». A questo punto Gruber commenta: «Direi che sarebbe meglio così, in modo che passi inosservata», aggiungendo un’altra emoji.
«Ha sostenuto la guerra in Ucraina»
Le autorità americane sottolineano come Gruber fosse pienamente consapevole dei limiti imposti dalla normativa e abbia comunque deciso di aggirarli. Non solo: per evitare controlli, avrebbe adottato strategie per nascondere la reale destinazione dei carichi. Tra gli elementi raccolti dagli investigatori ci sono anche messaggi criptati scambiati con un complice, nei quali si discuteva della possibilità di suddividere le spedizioni per renderle meno visibili e ridurre il rischio di intercettazioni. «La condotta dell’imputato ha contribuito a sostenere un conflitto che ha già causato innumerevoli vittime», hanno dichiarato i vertici del Dipartimento di Giustizia statunitense, evidenziando la gravità delle violazioni in un contesto internazionale particolarmente delicato. Sulla stessa linea anche l’Fbi, che ha parlato di una rete costruita per eludere consapevolmente i controlli e aggirare le restrizioni imposte dagli Stati Uniti. Il procedimento si è svolto davanti al giudice magistrato Taryn A. Merkl e si è concluso, per ora, con l’ammissione di colpevolezza da parte di Gruber. L’uomo si trova detenuto a Brooklyn in attesa della sentenza, che potrebbe arrivare nei prossimi mesi. La pena non è ancora stata definita, ma il quadro accusatorio lascia presagire conseguenze pesanti.
Sul fronte locale, l’azienda italiana alla quale fa capo Gruber al momento sceglie la linea del no comment. La vicenda, tuttavia, rischia di avere ripercussioni anche sul piano economico e reputazionale, considerando il peso del settore e la delicatezza del mercato delle esportazioni militari. L’inchiesta mette in luce ancora una volta quanto siano stringenti e al tempo stesso vulnerabili i sistemi di controllo sul commercio internazionale di armamenti. Le autorità americane hanno ribadito l’intenzione di proseguire con determinazione nel contrasto a qualsiasi tentativo di aggirare le norme, soprattutto quando in gioco ci sono scenari di guerra e sicurezza globale.