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 2026  aprile 10 Venerdì calendario

Mike D’Antoni parla di basket

La sua canottiera rossa con il numero 8 è appesa al soffitto del Forum: in Italia, di sicuro a Milano, Mike D’Antoni è leggenda già da tempo. In Nba, da allenatore, è sempre stato avanti, pure troppo, e i criticoni non gli hanno perdonato di non aver conquistato l’anello. Eppure se il gioco è cambiato, molto del merito è suo.
Concetti come «small ball», «seven seconds or less», «pace and space», oggi nel basket sono considerati un’ovvietà. Tradotto in soldoni: corri corri corri, tira il prima possibile, rispetta le spaziature. Non lo erano però quando con i Phoenix Suns li trasformò in una filosofia di gioco, tra lo scetticismo generale. Per questo il suo ingresso nella James Naismith Hall of Fame è il giusto riconoscimento a una carriera da visionario. Categoria «contributors», per essere stato «una figura importante nell’evoluzione del basket moderno» e per aver «influenzato il gioco attraverso l’innovazione».
Mike D’Antoni, come ci si sente a essere inseriti tra i grandi del basket mondiale?
«Onorato, e riconoscente verso le persone, tantissime, che mi hanno aiutato ad arrivare fin qui».
Partiamo con i ringraziamenti, allora.
«Prima di tutto l’Italia, i giocatori, gli allenatori, i dirigenti con cui ho avuto a che fare. Quello che mi ha dato l’Italia in 21 anni non posso nemmeno misurarlo, è stato fondamentale».
E nella Nba?
«Tanti, se ne citassi qualcuno farei un torto a tanti altri».
Chi la presenterà nella Hall of Fame?
«Rod Thorn, che mi ha allenato e che viene dalla West Virginia come me. Steve Nash e Amar’e Stoudemire, miei giocatori. E ovviamente il mio vecchio compagno di squadra Bob McAdoo».
Con cui ha creato una dinastia a Milano.
«Con lui e con Meneghin, con Premier, con Boselli. Con coach Dan Peterson. Li avrei chiamati tutti, ma a presentarmi devono essere dei membri della Hall of Fame».
Lei è stato il prototipo del playmaker tutto fosforo, votato miglior play della storia del basket italiano. Oggi come lei non ne fanno più...
«Il basket è diverso, i giocatori sono diversi. Tutto si è evoluto: ci sono più talenti, fisici migliori... Meglio? Peggio? Io credo che il basket sia andato avanti».
Il merito, nel caso, è anche suo. Da allenatore in Nba ha avviato il cambiamento.
«In realtà l’idea mi era venuta nel mio primo anno da coach a Milano. Avevamo perso sei partite di fila, mi sono detto “qui devo cambiare tutto”. Ho pensato che avremmo dovuto velocizzare il gioco, andare più spesso al tiro, allargare gli spazi. Avevo giocatori adatti come Sasha Djordjevic, Antonio Davis, Pittis, Ambrassa, Riva, Pessina... Ne abbiamo vinte 21 su 22».
E avete vinto la Coppa Korac. Ma in campionato siete usciti nei quarti.
«Si era infortunato Antonio Davis. È saltato tutto».
Stessa sfortuna che le è capitata a Phoenix.
«Primi in regular season, in semifinale si infortuna Joe Johnson, che era fondamentale nei nostri equilibri, poi si è fatto male Nash. Eliminati. Ma non è detto che con loro in campo avremmo vinto noi».
Parliamo di Italia. Segue ancora l’Olimpia?
«Certo, Dan Peterson mi tiene sempre informato».
Possiamo dire che Milano è la sua seconda città?
«No. È la prima».
È amore vero.
«Milano mi ha accolto come un figlio. A Milano ho conosciuto mia moglie Laurel, nostro figlio è nato alla Macedonio Melloni. Milano è la mia città».
E da giocatore con l’Olimpia ha vinto tutto.
«È facile, quando hai compagni come quelli».
Quanto contava il Torchietto nelle vostre vittorie?
«Il Torchietto era tutto. Dopo ogni partita eravamo tutti insieme a cena e si cementava un gruppo di amici. Le vittorie nascevano lì. Anche Treviso, per certi versi, era simile: ci trovavamo alla Ghirada e facevamo gruppo».
Anche in America è così?
«No. Ma non lo è più nemmeno in Italia, credo».
Le dico due parole. Anzi la prima è una lettera: «elle».
«Ah, la elle: quando ci serviva un canestro facile chiamavo il blocco di Dino e Boselli si piazzava nell’angolo. Gli avversari lo sapevano ma non riuscivano a fermarci».
Si può dire che era un embrione di pick’n’roll?
«Sì, anche se ormai il pick’n’roll si fa in mille modi diversi».
Seconda parola, in realtà tre. Meglio, tre numeri: 1-3-1.
«Una grande invenzione di Dan. Gli avversari si mettevano paura e noi rubavamo palloni su palloni».
Soprattutto lei, detto Arsenio Lupin non per niente...
«La fortuna di avere le braccia molto lunghe».
Sa che a Milano la rimpiangono ancora? Negli ultimi anni, nel ruolo di play l’Olimpia ha qualche problema.
«Io non sarei più in grado, ho quasi 75 anni...».
È così difficile trovare un buon playmaker?
«Ruolo delicato, lo so per esperienza... E oggi ancora più difficile dei miei tempi. Ma sono convinto che alla fine l’Olimpia saprà pescare bene. Serve pazienza».
Che cosa prevede il suo futuro da Hall of famer?
«Ho firmato per aiutare la Nba nello sviluppo, quindi sarò più spesso in Italia».
Una rimpatriata. E come la vede la Nba in Europa?
«Molto bene, c’è grande interesse, porterà benefit».
Ricorda quando si diceva della sua Olimpia che fosse la 24esima squadra della Nba?
«Non so se fosse vero, ma noi lo pensavamo».
Sia sincero: ripensandoci oggi, lo eravate?
«Insomma, stavamo per battere i Bucks...».