Corriere della Sera, 10 aprile 2026
Intervista a Serena Bortone
A vere l’opportunità di potere essere intelligente «come un uomo» e portare i tacchi a spillo. I temi sono tanti e lei parla a raffica con una impressionante velocità di pensiero. D’altra parte Serena Bortone fa tante altre cose, al di là della Rai. È appena uscito (per Rizzoli) il suo secondo romanzo, Le dirimpettaie. Storia di tre donne borghesi.
Quanto c’è di lei in questa storia?
«Ognuno di noi contiene moltitudini. Quando scrivo metto sempre in gioco una parte di me, noi non siamo mai soli, siamo anche quelli che incontriamo. È inevitabile che abbia scritto un pezzo di me, o di uno degli incontri rimasti dentro di me».
L’ambientazione copre soprattutto gli Anni 60 e 70.
«Racconto come i cambiamenti esterni determinino la nostra psicologia, non a caso il mio romanzo preferito è Guerra e Pace. Il mondo femminile poco prima dell’emancipazione: tre donne, con il femminismo e la libertà sessuale che si facevano strada, non avevano nulla in comune, erano votate all’accudimento dei figli, un destino legato a quello dei mariti, non c’era il divorzio e non era facile separarsi. Però un po’ di quella spinta entra nelle loro vite e ho voluto raccontare quell’anelito di libertà, come si può interrompere e sconfiggere il destino, restituendo la forza della potenza della vita. Ci riescono in modo diverso».
Come?
«Gabriella lo fa in modo più razionale, cerca l’emancipazione da un’infanzia di marginalità attraverso il denaro; Maria ci arriva col cuore, l’amore, il sogno, l’altruismo. Tina col sesso: a un certo punto si fidanza con l’ex di sua figlia, che ha 20 anni di meno».
Lei come avrebbe reagito?
«Da una parte non puoi consigliare a un’amica di causare dolore alla figlia, ma le emozioni vanno vissute fino in fondo, reprimersi serve solo a essere infelici. Ho raccontato l’indicibile quando era ancora più indicibile. Oggi l’uomo più giovane si accetta, all’inizio degli Anni 70 era impensabile, soprattutto per la borghesia. Le tre donne sono dirimpettaie, abitano nello stesso palazzo del quartiere Talenti, dove sono nata. È la periferia residenziale in cui cinquant’anni fa ci si trasferiva per il senso di protezione che trasmetteva».
Il colpo di scena «scandaloso» come nasce?
«È una storia vera che mi è stata riferita. Una delle sfide è stata raccontare la sessualità femminile, soffocata per centinaia di anni. Alle donne non era consentito di avere una sessualità libera, aperta. Tutte e tre sono ispirate a figure reali della mia infanzia. Le cose più imprevedibili sono le più vere. Douglas Sirk, regista di melò, diceva che il massimo della verità è nel massimo della finzione».
Come ne escono gli uomini?
«Come esseri umani. Volevo raccontare la loro fragilità, il mondo maschile non consentiva di esprimere dolori e desideri».
Suo padre com’era?
«È stato il sindaco più giovane d’Italia, democristiano, a Cuccaro Vetere, nel profondo Sud, Cilento. Era il classico uomo della sua generazione, incapace di verbalizzare il sentimento, ma un buono: lui e mia madre mi hanno trasmesso il senso del dovere, l’importanza della cultura e l’utilità per il prossimo. Io l’ho fatto anche conducendo programmi in tv, approdando alla Rai 3 di Angelo Guglielmi».
C’è molta musica nel libro.
«È una costante della mia vita. Ho imparato a mangiare ascoltando Wagner. Quando le valchirie cantano a squarciagola, spalancavo la bocca e mia madre mi infilava il cucchiaino dentro. La musica... Ho studiato pianoforte, a 9 anni ho vinto il concorso per pianisti a Osimo. Nei miei programmi tv ho ospitato tanti musicisti, credo nel valore popolare della musica classica».
È il suo secondo romanzo.
«Ho scritto per tutta la vita, racconti, diari. Portare fuori le proprie inquietudini è un modo per oggettivizzarle. Ho sempre cercato di capire chi sono. Scrivere è un modo di riconoscersi. Sono cresciuta con cogito ergo sum, quando ho capito che l’intelligenza emotiva mi parlava di più di quella analitica ho scoperto la pienezza della vita».
Lei dà l’impressione di essere controllata nei sentimenti, di non lasciarsi andare.
«In realtà ho conosciuto l’amore che non ha limiti, sono partita alle due di notte per andare in un’altra città dal mio compagno dell’epoca. Sono una donna passionale, infatti mi piace l’opera».
Alla Rai quando arrivò?
«Mandai il mio curriculum, a 18 anni fui chiamata per una sostituzione in “Alla ricerca dell’Arca” di Mino Damato. Tra i primi incarichi mi diede quello di cercare un pitone per Latoja Jackson, che li amava».
Chi altri incontrò?
«Nureyev, Burt Lancaster e Carlo allora principe di Galles. Una truccatrice quando lo vide gli disse: Carlo, oggi ho un vestito come te, principe di Galles, mi ci fai l’autografo?».
Ora conduce la radio.
«Uno strumento che non conoscevo. Io sono bendisposta per le novità della vita. Ho sempre avuto libertà editoriale, non era scontato portare la classica in tv. Ricordo quando Antonio Pappano e Silvio Orlando scoprirono di avere le stesse origini da un paesino del beneventano. La cosa bella della tv è mettere insieme mondi lontani tra loro. L’incontro che mi è rimasto dentro, e che mi ha fatto piangere come non ci fosse un domani, è stato con la vedova del caposcorta di Falcone, Tina Montinaro: il suo impegno antimafia che continua, il suo coraggio ma anche il suo sorriso. Sento il dovere del servizio pubblico, la cosa importante è offrire contenuti. La sfida dei numeri in tv l’ho sempre vinta, sulla qualità non sta a me dirlo».
Le manca, ora, non esserci?
«Non l’ho mai vissuta come un’esibizione ma come uno strumento per parlare a un pubblico ampio a cui portare quei valori che mi hanno trasmesso i miei genitori: vicinanza alla marginalità, solidarietà, inclusione».
Sembra la Rai pedagogica dell’epoca di Bernabei.
«La tv ha una valenza pedagogica: fare evolvere la società, tenere insieme il Paese...».
E sta assolvendo il compito?
«Non sta a me dirlo».
Nel libro scrive di amare i funerali più dei matrimoni.
«Mi fanno velo figure femminili che hanno circondato la mia vita, secondo cui, una volta, se sbagliavi marito la tua vita era finita. Quest’idea della donna ancillare che ci portiamo dentro da secoli di patriarcato... A un matrimonio al Sud, da adolescente, sono stata assalita da attacchi di ansia. Non mi appartiene il “per sempre”, infatti non mi sono mai sposata. Invece mi piace pronunciare orazioni funebri, nel momento del dolore mi rendo utile ad alleviare le pene dei parenti».
Ha la sindrome della crocerossina?
«Il mio primo analista mi chiamava l’infermiera brillante. Ma è un percorso che ho completato. Volevo trovare la mia autenticità, essere felice, libera dall’ansietà della performance; volevo avere tanti amici ed essere indipendente».
Lei è molto centrata sul lavoro?
«Faccio tante cose, la radio, l’ospite fissa in tv da Isoardi, sono stata eletta segretaria dell’Ordine dei giornalisti del Lazio. E poi scrivo. Ho il senso del dovere, mi piace essere in ascolto dell’altro. Ho imparato che ascoltare è più bello che parlare».
È così tosta come sembra?
«In realtà sono affezionata alle mie vulnerabilità. Non sopporto le ingiustizie e le prevaricazioni e sono fumantina, poi entro in colpa per avere sbottato».
Nel romanzo c’è il senso del ricominciare, giocare un’altra partita nella vita. È quello che è successo a lei.
«A me è capitato spesso, anche ora, professionalmente. Si può sempre scegliere da che parte stare. Gli snodi ti portano a scoprire cose di te stesso che non pensavi di avere. La vita è in bilico tra conferme e sorprese. Non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice, guarire da ferite del passato e trovare gioia e leggerezza in età adulta. Mi piace pensare che ogni giorno è il più bello che viviamo, lo vede che torna l’idea del cambiamento del romanzo?».
Che cosa le lascia questo libro?
«Ho capito quanto è bello far camminare i personaggi sulle loro gambe. Partire da uno spunto di realtà e costruire delle psicologie. È come vivere tante vite. Raccontare la stagione dei diritti ora che vengono pericolosamente messi in discussione mi ha donato forza e speranza: possiamo sempre scegliere la via della libertà».