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 2026  aprile 10 Venerdì calendario

Malumori dei falchi iraniani sulle trattative

In Iran, al quarantesimo giorno dalla morte di una persona si celebra il chehelom, un rito sciita che sancisce la fine del periodo di lutto più stretto. Ieri ricorrevano 40 giorni dal 28 febbraio, data d’inizio della guerra e, soprattutto, dell’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei, abbattuto in uno dei primi raid israeliani. Migliaia di persone vestite di nero sono scese in strada a Teheran, nel secondo giorno di tregua, per rendere omaggio al vecchio dittatore con bandiere verdi, bianche e rosse sventolanti e poster ingialliti stretti tra le mani.
Mentre la tv di Stato mandava in onda le immagini della folla in lutto, i commentatori discutevano i preparativi per i tavoli negoziali di Islamabad. A dettare la linea è la nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei – o forse i suoi abili social media manager, visto che lui ancora non si è né visto né sentito. Parla via messaggio, chiarendo una volta per tutte, semmai ce ne fosse stato bisogno, che la Repubblica islamica pretende risarcimenti per la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele, insieme a una gestione del tutto nuova dello Stretto di Hormuz. «Non abbiamo cercato la guerra e non la cerchiamo, ma non rinunceremo in alcun modo ai nostri diritti legittimi». E in quest’ottica, «consideriamo l’intero fronte della resistenza come un blocco unitario», ha aggiunto con un cenno al Libano.
Sabato, all’Hotel Serena di Islamabad, il capo del parlamento Mohammad Ghalibaf e i suoi tre fedeli compari si troveranno di fronte a un’impresa tutt’altro che semplice: non solo resta un mistero la direzione che prenderanno questi negoziati con la clessidra già girata, ma non si capisce nemmeno da quale punto di partenza si comincerà a ragionare. Gli uomini della Repubblica islamica si sentono forti di una vittoria strategica messa in tasca con il blocco dello Stretto di Hormuz, ma il rischio di scontro con la delegazione americana, che poco più di un mese fa ha fatto saltare i colloqui, rimane alto. La fiducia è ridotta ai minimi termini, e le posizioni negoziali sembrano ancora lontanissime. L’Iran mette sul tavolo una proposta di pace in dieci punti che prevede la supervisione di Teheran sullo Stretto di Hormuz, il ritiro delle truppe americane dal Medio Oriente e lo stop alle operazioni militari contro gli alleati. Gli Stati Uniti non l’hanno accettata formalmente, ma Trump ha parlato di piano «fattibile». Già due giorni fa Ghalibaf ha ribadito che tre clausole di questo accordo sono state violate e ha condannato anche la Casa Bianca per aver dichiarato che all’Iran non sarà mai concesso un programma nucleare di arricchimento dell’uranio. Il tutto mentre nello Stretto di Hormuz il traffico non è ancora del tutto ripreso. Nei giornali conservatori e tra le frange più dure dei pasdaran, ci confida una fonte, cova malumore verso questi negoziati, specie ora che la parte più intransigente si sente galvanizzata da una vittoria strategica messa a segno. Gli esperti dicono che, per costruirsi un futuro, Ghalibaf farebbe bene a scrollarsi di dosso qualcuno di quei fanatici che lo stanno tirando per la giacca.