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 2026  aprile 10 Venerdì calendario

Spinta di Starmer contro i pedaggi nello stretto di Hormuz

Hormuz per ora resta chiuso: l’accordo per il cessate il fuoco, a sentire gli iraniani, li autorizza a mantenere il controllo sullo Stretto, attraverso cui passa il 20% del gas e del petrolio mondiali, con le navi costrette a chiedere il permesso ai Guardiani della Rivoluzione, ossia i pasdaran, e a pagare un pedaggio: nelle due settimane di durata prevista del cessate il fuoco, il regime iraniano si aspetta pagamenti fino a 2 milioni di dollari per petroliera, da effettuarsi in criptovaluta. Ma i pasdaran fanno sapere che manterranno «il dito sul grilletto» e dopo l’attacco israeliano in Libano hanno di nuovo quasi del tutto bloccato lo Stretto. Mercoledì sono transitate 4 navi, rispetto alle 11 di martedì: prima della guerra, passavano di lì fino a 140 vascelli al giorno, ma ora secondo fonti di stampa russe l’Iran non autorizzerà il transito di più di 15 navi quotidiane.
In queste ore la Gran Bretagna sta cercando di coordinare uno sforzo internazionale per la piena riapertura di Hormuz: il primo ministro di Londra, Keir Starmer, sta facendo la spola tra le capitali del Golfo, prima in Arabia Saudita, dove ha incontrato il reggente di fatto del regno, il principe Mohammed bin Salman, e poi negli Emirati, dove ha visto il presidente, lo sceicco Mohammed bin Zayed: l’Iran «non può tenere in ostaggio lo Stretto di Hormuz», ha detto Starmer da Abu Dhabi. Una posizione cui ha fatto eco l’Ue: «Non ci può essere alcun pagamento o qualsivoglia pedaggio», ha affermato un portavoce della Commissione di Bruxelles, perché la libertà di navigazione «è un bene pubblico e deve essere assicurato». La sicurezza energetica e la stabilità economica globale dipendono dalla apertura «piena, incondizionata e senza restrizioni» di Hormuz, ha sottolineato il ceo della compagnia petrolifera statale di Abu Dhabi, Sultan Al Jaber.
«La libertà di navigazione significa che la navigazione deve essere libera»: la ministra degli Esteri britannica, Yvette Cooper, in un discorso pronunciato ieri sera nella City di Londra, ha ribadito che la riapertura di Hormuz deve essere «incondizionata» e la libertà di transito nei mari «non deve essere ritirata unilateralmente né svenduta a offerenti individuali. Non c’è posto per pedaggi sulle vie d’acqua internazionali».
La linea degli europei contrasta con l’idea iraniana di istituire una sorta di «casello autostradale» a Hormuz. Ma per una volta, dopo la tentazione ventilata da Trump di cogestirlo con una joint venture e farci un sacco di soldi, sembra che anche il leader Usa sia allineato con gli alleati occidentali: «Ho ricevuto segnalazioni secondo cui l’Iran starebbe imponendo pedaggi alle petroliere. Farebbero meglio a non farlo e se lo stanno facendo a smettere subito!».
La Gran Bretagna sta cercando di mettere assieme una specie di «coalizione dei volenterosi» per garantire il passaggio sicuro attraverso Hormuz, ma i dettagli pratici sono vaghi. Eppure il tempo stringe, visto anche l’ultimatum di fatto lanciato ieri da Trump, che ha ingiunto ai Paesi Nato di inviare navi militari nel giro di pochi giorni. Londra aveva convocato la scorsa settimana una riunione virtuale dei ministri degli Esteri di 40 Paesi per provare ad articolare un piano, cui ha fatto seguito martedì un vertice di pianificazione militare. E ieri Starmer si è sentito con rappresentanti della Difesa degli Stati del Golfo.
A complicare le cose c’è la possibilità che lo Stretto sia stato minato: le agenzie di stampa iraniane hanno pubblicato una mappa in cui viene evidenziata come «pericolosa» un’ampia area marittima e si suggerisce alle navi di aggirarla, passando vicino alla costa. I britannici stanno valutando di inviare nell’area droni cacciamine, anche perché le capacità di mobilitazione della Royal Navy sono limitate. Resta da vedere cosa vorranno mettere in campo gli alleati.