Corriere della Sera, 10 aprile 2026
Netanyahu: negoziati con il Libano. Le mine iraniane bloccano lo Stretto
Lo stretto di Hormuz si restringe con le mine gettate nelle acque del Golfo Persico dai pasdaran: gli iraniani forniscono una mappa di dove sarebbero posizionate, un avviso ai naviganti che in pochi si prendono il rischio di seguire. In ogni caso il regime ha dichiarato che possono passare solo quindici mercantili al giorno, non è l’apertura totale voluta e annunciata da Donald Trump.
Il prezzo del petrolio sale e scende come la marea, seguendo gli andamenti del cessate il fuoco. Entrato in vigore dopo quasi cinque settimane di guerra traballa anche perché Benjamin Netanyahu ha ottenuto dal presidente americano di proseguire gli attacchi contro Hezbollah in Libano e gli ayatollah stanno cercando di proteggere l’alleato. Minacciano di far saltare le trattative, se l’assalto contro l’organizzazione sciita non viene fermato: «Stavamo per riprendere il lancio di missili» su Israele dice Saee Khatibzadeh, il viceministro degli Esteri. Nella notte il Kuwait ha reso noto di aver intercettato droni ostili.
Il premier israeliano avverte: «Colpiremo Hezbollah ovunque sia necessario» e allo stesso tempo sembra aver accettato il richiamo di Trump a ridurre i raid: «Ho dato ordine di aprire i negoziati diretti con il Libano per stabilire relazioni pacifiche e disarmare Hezbollah», che ha continuato a bersagliare il Nord di Israele.
Le trattative dovrebbero cominciare – scrive la testata digitale Axios – la settimana prossima a Washington, nelle sale del dipartimento di Stato: per ora si tratta soltanto di un dialogo tra ambasciatori. Netanyahu precisa che non significa uno stop ai bombardamenti; i libanesi uccisi nel solo attacco di mercoledì hanno superato i 300: Israel Katz, il ministro della Difesa israeliano, si era vantato della quantità di bombe sganciate nel giro di 10 minuti. Il governo a Beirut sta cercando di opporsi all’idea di «un negoziato sotto il fuoco», come ha commentato una fonte all’emittente americana Cnn.
È da un mese che il governo libanese cerca di smarcarsi da Hezbollah e tentare una mediazione diretta con il governo a Gerusalemme. Per ora Netanyahu aveva rinviato, questa volta però è arrivata una pressione maggiore dalla Casa Bianca. Ancora ieri, da Beirut il primo ministro Nawaf Salam ha rifiutato l’idea che possa essere Teheran a rappresentare il suo Paese o a porre condizioni in suo nome. È sostenuto in questo anche dal presidente Michel Aoun che sta raccogliendo il sostegno internazionale, soprattutto francese. «Per la gravità di quanto successo in Libano – ha dichiarato Pascal Confavreux, portavoce del ministero degli Esteri a Parigi – non si può escludere che l’Unione Europea ridiscuta l’accordo di associazione con Israele». Friedrich Merz, il cancelliere tedesco, ha avvertito che «la violenza con cui Israele sta conducendo la guerra nel Libano meridionale potrebbe far fallire l’intero processo di pace».
Ovvero i colloqui indiretti tra la delegazione americana guidata dal vicepresidente JD Vance e i rappresentanti iraniani che sono già arrivati a Islamabad, in Pakistan. «Sono molto ottimista – ha detto Trump all’emittente Nbc – perché i leader iraniani sono più ragionevoli negli incontri di quando parlano con la stampa». Ma divampa una nuova polemica dopo che il ministro pakistano Asif definisce Israele «una maledizione per l’umanità». Replica Netanyahu: «Questa dichiarazione non può essere tollerata».
Mojtaba Khamenei si è ancora una volta palesato solo per messaggio, nel quarantesimo giorno dall’uccisione del padre: ne ha preso il posto come Guida suprema ma non è mai apparso in pubblico. «Fino a questo punto si può dire che voi nazione eroica dell’Iran siete stati i vincitori indiscussi» ha comunicato il regime a suo nome.