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 2026  aprile 10 Venerdì calendario

Schlein vede il 2027: «Toccherà a noi». Conte: il leader non lo sceglie la premier

Bastano due frasi per riaprire una ferita. Quando Giorgia Meloni, nella sua informativa alla Camera, cita per due volte Elly Schlein, non sta semplicemente riconoscendo un’avversaria. Sta entrando a piedi uniti nel dibattito interno al centrosinistra. Una mossa che scatena la reazione di Giuseppe Conte, che al momento dell’intervento della segretaria dem non era nemmeno presente in aula e che, tuttavia, è pronto a replicare alla premier nel Transatlantico di Montecitorio: «Non sarà certo Meloni a decidere chi sarà il leader del campo progressista».
Ma, con buona pace di Conte, il confronto più atteso della giornata va in scena poco dopo le dieci del mattino. Schlein si alza in aula e guarda Meloni negli occhi, trasformando il suo intervento in un atto d’accusa. Un duello politico, il primo faccia a faccia diretto dopo il referendum, in cui la segretaria dem assume il ruolo di antagonista principale del governo.
L’apertura è un pugno: «Il suo è stato un discorso di autoconvincimento. Lei ci sfida, ma le do una notizia: l’avete già persa quella sfida, perché avete sfidato la Costituzione e il popolo sovrano vi ha battuto nelle urne». Poi, senza abbassare il tono: «Ha chiesto lei la diretta tv, uno si aspettava un rilancio. Invece niente, il solito repertorio. Un comizio postumo sul referendum, una sfida che ha già perso».
Sui contenuti economici l’affondo è chirurgico: «Se non è troppo impegnata con gli scandali, ogni giorno, dei suoi ministri, le mando una cartolina dal Paese reale. Stipendi reali calati di nove punti in quattro anni, carrello della spesa aumentato del 25 per cento, crescita ferma a zero, tre anni consecutivi di calo della produzione industriale. Chi pensate di prendere in giro?».
La chiusura è una dichiarazione di sfida: «Che occasione storica avete sprecato. Toccherà a noi approvare il salario minimo, costruire l’alternativa con gli alleati e attuare fino in fondo la Costituzione. Ce ne occuperemo noi».
Dunque, una Schlein che si candida esplicitamente a governare. Ed è proprio questa proiezione della segretaria pd verso Palazzo Chigi – amplificata dalle due citazioni della premier – che pare far scattare Conte: «Meloni si può rasserenare: non sarà lei a scegliere chi interpreterà e attuerà il programma». Una frase che vale più di una semplice risposta alla premier: è un segnale preciso all’interno della coalizione.
Sul giudizio nei confronti della premier il leader del M5S è definitivo: «Non c’è possibilità di nessun recupero, perché se non parti dal presupposto di voler fare un bagno di umiltà nel principio di realtà, ti precludi ogni possibilità. Avremo mesi assolutamente inutili, con un peggioramento complessivo. La manderemo a casa, perché gli italiani non ne possono più delle sue menzogne». Liquidatorio Angelo Bonelli: «È stato il discorso del suo declino», dice rivolto a Meloni.
Al Senato si replica e il ruolo da protagonista lo ricopre Renzi che prende in giro Meloni. Le affermazioni della premier, incalza, «sono meravigliose, ma per i baci Perugina non per la politica». Quindi profetizza sicuro: «Il no che rimbomba è un no che da qui al ’27 vi porterà a fare le valigie. Il governo Vinavil ha una data di scadenza molto chiara».