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 2026  aprile 10 Venerdì calendario

Meloni rilancia e attacca: «Né rimpasto, né dimissioni»

È andata come i suoi avevano previsto. Giorgia Meloni si è presentata alle Camere, per la prima volta dopo la sconfitta al referendum, per un’informativa richiesta dalle opposizioni che avrebbero voluto braccarla e inchiodarla al «fallimento». Se lo aspettava, e ci è arrivata preparata. Senza colpi di scena, come appunto immaginavano i fedelissimi, e con l’atteggiamento sobrio delle occasioni in cui non serve il corpo a corpo o la sfida ma dare l’idea che la fine del mondo (e del governo) non è vicina, che si naviga in mari tempestosi, sì, ma si arriverà in porto senza affondare.
Il giudizio del popolo
Nessuna crisi, mette subito in chiaro la premier, dopo tante «elucubrazioni» e «speculazioni» la verità è una sola, dice: «Nessuna intenzione di fare un rimpasto, niente dimissioni, questo governo ha restituito all’Italia credibilità. La maggioranza c’è, il governo c’è, e ci sarà fino all’ultimo. E io credo che non avremo ragione di temere il giudizio del popolo sovrano», è la conclusione del suo discorso alla Camera, riletto poi al Senato con una sola vera aggiunta: la lamentela contro Elly Schlein del Pd e le sue critiche sul tema dell’occupazione – «Ha detto menzogne, non è vero che sono diminuiti i lavori stabili, lo dice l’Istat, ed è così come per gli extraprofitti... altra cosa che abbiamo fatto noi a differenza della sinistra quando si trovava al governo» – e la speranza che non si ripetano «i molti improperi, insulti, accuse, tanta demagogia e quasi nessuna proposta reale» sentiti a Montecitorio. E Schlein: «In quattro anni non avete fatto nulla».
No a misure «roboanti»
Dunque Meloni è molto netta: «Non c’è alcuna ripartenza da oggi, non temete: il governo c’è per mantenere i suoi impegni fino all’ultimo giorno, determinato a fare il suo», anche quando sarebbe forse più facile rifugiarsi nelle elezioni anticipate che l’opposizione guarda caso non chiede, anzi lo chiede un solo partito, sono divisi pure in questo». Ma «noi scegliamo la serietà», la «responsabilità» di guidare l’Italia in un momento difficilissimo: «Non scappo, ci metto la faccia». Che non permette di annunciare «misure roboanti» come Superbonus o reddito di cittadinanza a mo’ di mance elettorali, che peserebbero sulla collettività, ma consente di andare avanti con «aiuti alle famiglie, imprese, calo del fisco, aumento dell’occupazione anche giovanile, come abbiamo fatto finora». Risultati che rivendica.
Richiesta alla Ue
Le cose potrebbero cambiare se la crisi internazionale continuasse o peggiorasse: in quel caso la premier già annuncia che si batterà in Europa perché si possa, come all’epoca della crisi del Covid, sospendere il Patto di Stabilità, consentendo sforamenti necessari per aiutare imprese e cittadini che altrimenti soffrirebbero conseguenze di guerre delle quali non hanno alcuna colpa. Una richiesta già formulata dal ministro Giorgetti ma che per ora è stata respinta dalla Commissione Ue, ma che resta sul tavolo.
Post referendum
Meloni non si «esime» dall’ammissione della sconfitta: «C’è stato un esito chiaro, noi rispettiamo sempre il giudizio degli italiani, anche quando non coincide con le nostre opinioni e aspettative». Ma «un sì ti conferma, però un no ti riaccende... il rifiuto non è la fine di un percorso, ma l’inizio di una nuova spinta». Anche se resta il «rammarico per aver perso un’occasione storica di allineare l’Italia agli standard europei». Quindi la riforma della giustizia «rimane una necessità». E i ministri e sottosegretari sacrificati? «Ho chiesto un passo indietro ad alcuni colleghi, non sono state scelte facili ma non abbiamo tempo da perdere in polemiche infinite e pretestuose che nulla hanno a che fare con l’azione di governo, che spostano il dibattito dalle soluzioni utili per i cittadini alle polemiche». Poi lo sfogo per essere stata accusata di legami con la mafia: «Combatto fin da quando ero ragazzina, non accetto accuse da chi tira in ballo un padre che non vedo da quando avevo 11 anni».
Crisi internazionale
Meloni replica anche all’accusa di essere subalterna a Trump: «La posizione italiana, nella crisi iraniana, è stata la stessa dei principali Paesi europei», quando c’è stato da alzare la voce, dice a proposito di Groenlandia, dazi o attacchi di Israele al Libano, o di Sigonella, è stato fatto. Allora «vi chiedo se quando si dice che dobbiamo stare con l’Europa si intenda davvero l’Europa, o si intenda piuttosto la sinistra europea, anche quando questo significa dividere l’Europa», dice riferendosi al premier spagnolo Sánchez. Insomma «prendendo in prestito una frase cara a Elly Schlein, direi che noi siamo “testardamente unitari”. E se può permettersi di esserlo lei rispetto alle variopinte forze politiche che compongono il Campo largo, potrò ben permettermelo io rispetto a Europa e Usa che stanno insieme da molto tempo».
L’Occidente
Si chiude dunque con una promessa di impegno per la pace sempre e comunque, con una linea: «Siamo testardamente occidentali, perché solo se l’Occidente è unito può essere una forza capace di dire la propria sul palcoscenico del mondo».