il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2026
Il creatore di “The Royal Protocol” denuncia Emanuele Filiberto
Adesso ci sono due Royal Protocol. Uno è del Principe. L’altro è del tecnico che gliel’ha costruito e che, dopo aver letto il nostro articolo, ha capito di essere “stato fregato”. Nel mezzo: una messa in mora da 110 mila euro, bonifici promessi e mai partiti, e un conto corrente bancario che, quando arrivava una fattura da pagare, non era mai aperto. Benvenuti al secondo atto dell’ultima impresa di Emanuele Filiberto di Savoia: la piattaforma blockchain per nobilitare genealogie presentata in Senato a febbraio, smontata dal Fatto a marzo, ora in stato di guerra civile. Da una parte il Principe, che sul gruppo WhatsApp “The Royal Brain” invocava “la monarchia assoluta” sulle quote societarie, ricevendo quattro cuori e tre applausi. Dall’altra il cripto-imprenditore Enea Benedetto – due anni di lavoro, 100 mila euro di tasca propria, sua l’idea originaria – che scopre solo dalle nostre pagine di essere stato estromesso dalla società italiana appena costituita. Lo stesso Principe che dichiara 800 mila euro l’anno in beneficenza non riesce a liquidargli 1.000 euro per due programmatori WordPress.
Benedetto, imprenditore con base a Tallinn, si sfoga col Fatto: “Il vostro articolo mi ha chiarito dinamiche che non conoscevo. Non sapevo nemmeno che i Savoia conferissero nuovi titoli cavallereschi”. I contratti firmati – un accordo del febbraio 2025 e un “Parasocial Agreement” siglato a Tallinn il 25 luglio, controfirmato da Filiberto su DocuSign – assegnavano a Benedetto tra il 40 e il 49 per cento della società. L’idea era sua: un registro decentralizzato per certificare genealogie nobiliari. Poi, in silenzio, è nata “The Royal Protocol S.r.l. Impresa Sociale” a Camaiore, con Filiberto al 75%, l’amministratore Santini e il genealogista Pier Felice degli Uberti e altri tre soci. Non solo. Per l’altro 25% la newco sociale appartiene a “The Royal Protocol Società Semplice”, una “cassaforte” inconoscibile come la famosa “Dicembre” degli Agnelli. Benedetto resta fuori dal capitale e protesta: “Il Principe ha creato questa società per non pagare e appropriarsi di tutto”. La punizione per lui è fulminea: revocati tutti gli accessi al sito royalprotocol.org, che lui stesso aveva costruito. Per risposta, l’imprenditore ha aperto theroyalprotocol.com. Due siti contrapposti, due pretendenti al trono digitale.
Quando Benedetto chiede a Filiberto di diradare le ombre sul progetto, la risposta è stata: “Tu non sei niente, tu sei una m****. Il mio nome vicino al tuo non lo voglio”. E i contratti e le lettere di impegno per lo sviluppo del progetto? “Il buon Principe ha detto che si pulisce il c***.”. Le chat – 17 partecipanti, emoji reali, toni da corte borbonica – fotografano il livello del dibattito. Il 19 novembre, discutendo di quote societarie, Filiberto: “Niente si decida senza il mio accordo. Questo è un progetto della Casa Reale di Savoia e rimetto la monarchia assoluta”. Sotto, quattro cuori e tre applausi. Degli Uberti: “Accordo completo su tutto”. Il nuovo Statuto Albertino è una notifica push. Mentre il Principe legiferava, l’amministratore Santini non riusciva ad aprire il conto della Srl. Dal 7 marzo al 23, la stessa musica: “30 giorni tecnici”, “ancora nulla dalla banca”, “aspetto il direttore”, fino all’epilogo: “Paga intanto tu, appena il conto è aperto ti si liquida”. Tutto per una fattura da 1.000 euro. Idem Filippo Bruno di Tornaforte, intermediario dei pagamenti: nelle chat ammette bonifici mai eseguiti. L’imprenditore trova vecchi articoli di dieci anni fa. Nel Natale 2012 un tal Filippo Bruno di Tornaforte trascorse le vacanze a Cortina con un bonifico falso da 2 mila euro. Il 4 aprile Benedetto predispone la messa in mora via pec: 109.900 euro per sviluppo tecnologico, architettura blockchain e due anni di lavoro “notturno e continuativo”. Sette giorni per pagare, poi querela per truffa aggravata e appropriazione indebita. “Lui dichiara donazioni per quasi 1 milione l’anno”, dice l’imprenditore al Fatto, “e lascia me e questi poveri ragazzi a mendicargli 1.000 euro”.
Ricapitolando. Da una parte scatti con senatori, tappeti rossi e diplomi in pergamena e ceralacca. Dall’altra conti fermi, bonifici fantasma e un Principe che, quando qualcuno si permette di chiedergli di pagare il lavoro svolto, risponde dal trono di WhatsApp. Si vendono titoli sbandierando beneficenza milionaria. E poi si fatica anche a pagare una fattura da mille euro, nascondendosi dietro finti bonifici e scuse bancarie. Con il Principe che, per tutelare questo business, gioca a fare il sovrano assoluto nelle chat.