La Stampa, 9 aprile 2026
Stefano Ragazzo racconta la notte in cui rischiò la morte sulla Torre in Patagonia
«Non può finire così». E come potrebbe finire la storia di un alpinista che sale in solitudine su una torre di granito di un chilometro e 200 metri e viene scaraventato a testa in giù da una bufera improvvisa che soffia a più di cento all’ora? Sbattuto qua e là sulla roccia come un pendolo pazzo, senza ritmo, con folate che stracciano ogni cosa. Succede a oltre metà parete e lui, l’alpinista solitario, è Stefano Ragazzo, nativo di Padova, 35 anni. La Torre è da scrivere con la lettera maiuscola perché è quella centrale tra quelle del Paine, nella Patagonia cilena. La più difficile. La bufera ha avvolto la parete Est che raggiunge la vetta a 2.450 metri di altitudine. Lì arrampicava da giorni Stefano, guida alpina che qualche anno fa ha mandato al diavolo ogni certezza per seguire ciò che gli piaceva di più, la montagna. Ma lui corregge: «Ciò che più mi assomiglia».
Lei è tornato con un’impresa, la prima salita solitaria sulla Est della Torre.
«Già, adesso mi devo riprendere. Sono stato 15 giorni in parete, 14 notti».
Davvero si è fatto la domanda “non può finire così”?
«Davvero. Ho anche aggiunto gridando al vento “sono morto"».
Perdoni la domanda sciocca. Quanta paura ha avuto?
«Anche la risposta può apparire assurda. Non avevo tempo di avere paura. Mi stavo preparando per la notte in parete nel portaledge, che è una sorta di balcone che appendi con tiranti alla parete. Anch’io ero assicurato alla parete. Ero fermo da qualche giorno per il freddo. La bufera mi è venuta addosso come fosse un’auto, ha rotto e piegato ogni cosa. Mi ha preso è sbattuto nel vuoto».
A testa in giù?
«Già, il telo strappato mi avvolgeva in parte, le gambe aggrovigliate nei tiranti. Non potevo cadere, ma dovevo tirarmi fuori di lì. Ero infilato nel sacco a pelo e non avevo le scarpe. Mentre filavo da una parte all’altra della parete, perché il telo faceva da vela, le ho recuperate in fondo al sacco e me lo sono infilate. Un’impresa. Ho anche perso uno zaino. Ho messo un po’ d’ordine nei pensieri. Ho pensato a Silvia, le ho detto “torno”. Erano le 20. Pioveva e nevicava. Io svolazzavo».
Era in balìa della bufera. Che ha fatto?
«Da quella posizione ho visto che 60 metri più in basso c’era uno spuntone. Lì avrei potuto passare la notte. Sono riuscito a girarmi, a sedermi sull’altro zaino e calarmi con le corde, sempre stando infilato nel sacco a pelo che mi ha salvato la vita nonostante fosse fradicio. Sullo spuntone ho passato la notte».
Insonne.
«Per forza, non sentivo più i piedi. Li sbattevo contro la roccia. Continuavo a dirmi “muovi i piedi, muovi i piedi” e poi “dai che passa la notte”. Dovevo parlare perché ero stanco, il sonno mi prendeva, la testa ciondolava. Poi tra le 9 e le 10 del mattino la bufera è calata, filtrava perfino qualche raggio di sole tra le nubi. Sono tornato al portaledge. Non aveva più telo, ma la struttura reggeva. Alle 12 l’azzurro ha respirato l’intera tempesta. Giornata magnifica».
Non restava che scendere.
«No, dovevo salire. Ho riposato l’intera giornata, ho dormito e alle 3 del mattino ho cominciato ad arrampicare. Avevo ancora duecento metri di roccia verticale, poi ho incontrato una parte più agevole, di sesto grado, un misto alpino, granito, neve e ghiaccio. Alle 12,40 ero in vetta. Felice, sereno quanto il cielo».
Lei è fra i pochi che affrontano in solitudine questi muri di pietra. Perché da solo?
«La solitudine pesa per i pensieri che ti vengono, le domande tipo “rischi così tanto per cosa?” Sulla Torre sognavo, cosa che di solito non faccio. E non so perché sognavo di giocare a calcio. Non è facile avere un’idea e seguirla. Lo fai per non avere rimpianti e perché vuoi. Sentivo che era il momento giusto di scalare da solo. Mi piace mettermi alla prova, m’infilo nei guai per uscirne anche se è difficile assicurarsi, il pericolo è maggiore, come la fatica. Eppure è il massimo».
Silvia Loreggian, la sua compagna, è guida alpina e grande alpinista. Entrambi avete rinunciato a un lavoro sicuro.
«Sì. Volevamo vivere e lavorare in montagna. Entrambi avevamo un contratto a tempo indeterminato, lei in un’agenzia di viaggi, io in un’azienda dove disegnavo al computer semiconduttori. Abbiamo deciso di fare la guida. Il corso costa caro e allora abbiamo risparmiato il più possibile. La nostra casa è stata per due anni un furgone, poi abbiamo cominciato a lavorare come aspiranti guide».
Silvia come ha preso la sua decisione delle vie in solitaria?
«Senza di lei sarei davvero solo. Mi incoraggia e mai mi direbbe “torna”. Ci siamo sentiti con il satellitare. È sempre con me».
E adesso?
«Abbiamo comperato un alloggio a Les Houches, poco sotto Chamonix. Facciamo le guide e sogniamo da alpinisti. Abbiamo già fatto spedizioni».
Perché Chamonix?
«È culla e capitale dell’alpinismo. Noi siamo diventati guide nelle Dolomiti, ma lì l’attenzione è per il turismo di massa e le falesie per allenarsi sono aperte solo 4 giorni la settimana. Lo sci è di pista. A Chamonix c’è più lavoro per le guide e più possibilità di allenarsi, di fare anche scialpinismo».
Programmi?
«Digerisco la Torre e finisco di dare il bianco a casa. Poi il progetto sarà con Silvia. Spedizione alle Torri di Trango, in Pakistan. Magari cercando una via nuova».