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 2026  aprile 09 Giovedì calendario

Intervista a Sabino Cassese

Il buon uso del tempo dice di averlo imparato da uno dei suoi insegnanti del ginnasio: «Ogni giorno, su un piccolo foglio, segnavo gli orari degli impegni della giornata, che rispettavo al minuto». Un metodo che, a 90 anni, il giurista Sabino Cassese continua a praticare. Martedì 14 aprile tornerà in libreria con un saggio, Come si misura una democrazia, pubblicato da Solferino e incentrato su trenta «proposte per riparare l’Italia». «Non possiamo fidarci delle impressioni, dobbiamo cercare di trovare un metodo per comprendere un mondo che sta cambiando», dice, dando le spalle a una parte dei trentamila volumi del suo studio. «Per questo, non basta dare i numeri: bisogna stabilire il modo in cui gli uni vanno connessi con gli altri».
Quelli dell’ultimo referendum cosa ci dicono?
«La domanda, in fondo, era: “Volete modificare la Costituzione per modificare la giustizia? “. La risposta è stata: “Vogliamo modificare la giustizia, ma senza modificare la Costituzione"».
Alla vigilia del voto, lei però aveva detto che approvare il referendum sarebbe stato il primo passo per dare efficienza all’ordine giudiziario.
«E i cittadini hanno risposto: l’ordinamento della giustizia si cambia non modificando la cornice – la Carta – ma intervenendo sul quadro, dunque sulle norme ordinarie».
La stessa risposta – un no – l’avevano data al referendum del 2016 sul superamento del bicameralismo paritario. L’Italia si mobilita solo per conservare ciò che già c’è?
«Non penso che siamo un Paese conservatore. Da noi, piuttosto, mancano ciò che gli inglesi chiamano “political platforms"».
I programmi di partito?
«Sì. Questo crea un’enorme insicurezza, e quindi tutti si aggrappano alla cosa che già c’è: la Costituzione. Se la politica guardasse al di là della punta delle proprie scarpe, i cittadini si sentirebbero più sicuri e sarebbero convinti di modificare il quadro costituzionale».
Che lei resta favorevole ad aggiornare.
«Il mio maestro, il giurista Massimo Severo Giannini, lo diceva già trent’anni fa: la nostra è una Carta splendida per la prima parte, sui diritti e doveri; e banale per la seconda, sulla struttura dello Stato. Che, in effetti, è una cattiva applicazione di un modello – quello parlamentare – già noto e ampiamente criticato».
È a Giannini che lei deve la scelta di dedicarsi al diritto amministrativo?
«Sì. Un docente chiaro, dotto, brillante. L’unico dei miei professori di Pisa, dove studiavo al collegio giuridico della Normale, di cui seguii regolarmente le lezioni. Gli altri, con poche eccezioni, erano ostaggio di una cultura dogmatica, per niente incline a spiegarmi il libro dei perché».
Il libro dei perché?
«Del perché una norma è stata scritta: il diritto esiste per risolvere dei problemi. Il mio interesse è sempre nato da qui; per afferrare la realtà, serve però anche una conoscenza sul campo».
Per questo, fresco di laurea, finì a lavorare all’ufficio studi dell’Eni di Enrico Mattei?
«Prima, però, ottenni tre borse di studio: una era intitolata a don Luigi Sturzo, il fondatore del Partito popolare. Quando lo conobbi, nel’56, era così fragile che, a chi lo andava a trovare, chiedeva sommessamente di non dargli la mano: la stretta gli procurava troppo dolore».
Don Sturzo era uno dei più accaniti avversari di Mattei.
«E difatti, quando stavo per andare a lavorarci, dovetti nasconderglielo».
Il suo giudizio su Mattei?
«Lo stesso che ne diede l’allora segretario socialista Pietro Nenni sui suoi diari: “Un personaggio di un’infinita seduzione”. Grazie alla sua visione cosmopolita, trasformò l’Agip, un vecchio residuato del fascismo, in un ente che aveva l’obiettivo di dare energia a tutti gli italiani».
L’anno prima di lasciare l’Eni, lei iniziò a insegnare. E non ha più smesso: ha formato centinaia di funzionari.
«Una buona parte dei vertici dell’amministrazione va avanti grazie alle forze dei miei allievi».
Tra loro, ci sono molti dei capi di gabinetto degli ultimi governi.
«In ogni organizzazione, i “numeri due” sono fondamentali. E quel ruolo non fa eccezione: è essenziale».
Oltre che politicamente centrale: le dimissioni di Giusi Bartolozzi dal ministero della Giustizia ce lo hanno ricordato.
«Il capo di gabinetto è il principale collaboratore del ministro: deve essere discreto, guardargli le spalle, istruirlo, prenderlo per mano. Proteggendolo anche da eventuali fughe di notizie».
Tanto che, per riuscirci, lei collaudò la cosiddetta "tecnica del baco”.
«Un accorgimento che ho più volte consigliato: quando si redige un documento riservato, lo si prepara in più copie, tante quanti sono i destinatari. In ciascuna si inserisce un “baco” nel testo, impercettibile a chiunque tranne a chi lo ha scritto: così è sempre possibile risalire alla copia diffusa e a chi l’ha fatta circolare».

Di pubblica amministrazione si è occupato sia da studioso sia da ministro, nel’93, col governo Ciampi. Mai però come parlamentare.
«Non ho mai voluto entrare in politica, ma solo prestarmi a essa temporaneamente. Senza dover così badare ai rapporti con un collegio elettorale, come invece avevano fatto alcuni dei miei predecessori».
Ad esempio?
«Il dc Remo Gaspari: quando, per ragioni di lavoro, andai a trovarlo, entrai per errore in una sala adiacente al suo ufficio. Trovai una decina di dattilografe impegnate a battere a macchina. Mi avvicinai: scoprii che stavano scrivendo lettere di presentazione e raccomandazione per i suoi elettori».
Ciampi la volle anche giudice della Corte costituzionale. E il suo nome, per il Colle, si fece due volte: nel 2013 e nel 2022.
«Un’ipotesi implausibile. Non c’è mai stato alcun capo di Stato che non abbia prima ricoperto il ruolo di presidente della Camera, del Senato, del Consiglio, o che ne sia stato almeno il vice. Del resto, perché il parlamento dovrebbe votare una persona che viene dalla luna, come io sarei stato?».
Nel libro ricorda come la fiducia di quasi tutte le istituzioni democratiche sia sotto la sufficienza.
«E l’astensionismo lo dimostra. Abbiamo impegnato un secolo e mezzo per far combaciare, grazie al suffragio universale, il Paese legale con il Paese reale. Negli ultimi trent’anni, queste due facce si stanno di nuovo scollando: chi aveva lo scettro – il popolo – non lo vuole più usare».
L’incremento di partecipazione dei più giovani all’ultimo referendum non è un buon segnale?
«Non abbastanza. E questo anche a causa dell’incapacità della politica di pianificare e programmare».
Non mi sembra ottimista.
«Nonostante tutto, nutro ragionevoli speranze. Solo speranze – sia chiaro – ma ragionevoli».