repubblica.it, 9 aprile 2026
Via i gringos da Città del Messico
Louise è seduta a un tavolino del Cine Tonalá, un curatissimo bistrot-cinema a un paio di strade dalla mitica casa del regista Alfonso Cuarón, immortalata nel film Roma, che narra le vicende di una famiglia nell’omonimo quartiere di Città del Messico. È una giovane data analyst originaria di Dallas. «Sono arrivata due settimane fa con alcuni amici. Mi hanno detto di stare attenta, anche l’ambasciata ogni tanto manda degli alert, per via delle proteste». Il nervosismo con cui Washington guarda la capitale del Messico è aumentato dopo le manifestazioni che a luglio hanno invaso il centro città per protestare contro la gentrificazione, in particolare quella Made in Usa. Al grido di “Fuori dal Messico” e “Gringos tornatevene a casa”, è finita con negozi e caffè alla moda sfasciati, pietre e insulti. È dovuta intervenire la stessa presidente, Claudia Sheinbaum, che ha condannato le violenze contro gli americani ed è riuscita a calmare le acque. Per quanto tempo, qui non lo sa nessuno.
Nick lo incontro in uno dei caffè alla moda di Calle Fernando Montes de Oca, quartiere Condesa. Laptop aperto e telefono in mano, è pronto per una riunione con il team di Singapore. È un web designer, arrivato un mese fa dall’Arkansas: «La città è fantastica, forse troppo caotica e a volte ho l’impressione che mi guardino storto. Mi hanno parlato di San Cristóbal de Las Casas, sto pensando di andare là».Paul invece è uno spilungone di Philadelphia, è in fila per comprare una quesadilla all’incrocio tra Merida e Colima, a Roma Norte. «Sono in vacanza con tutti i bro», sogghigna, indicando un nugolo di amici. Aspettano il loro turno al chiosco Jenni’s, di proprietà di Elenita Rojas. Prima il lancio di un tiktoker statunitense, poi un articolo su Traveller e doña Elenita si è convertita in una star. Lei scoppia in una risata: «Non poteva andar meglio».
Intanto si sono ingrossate ben due file, da una parte all’altra del chiosco. Sono quasi tutti americani, che gesticolano e provano a spiegarsi in inglese mentre lei armeggia, spalleggiata dall’assistente, con le salse, i nopales, la carne, la pasta di mais. Jenni’s è diventata l’icona della messicanità e allo stesso tempo della città in mano ai gringos.
Si calcola che nel 2025 siano arrivati in Messico 12 milioni di turisti statunitensi. A questi vanno sommati i 700 mila americani che vivono stabilmente nel Paese, una parte con permessi temporanei (circa 20 mila), altri con residenza permanente e un numero sconosciuto senza alcuna regolarizzazione. Inoltre, da sempre il Messico è meta di turismo sanitario, perché qui medicine e cure sono molto più accessibili che negli Usa. Ed è anche una delle mete preferite dei pensionati, che affollano Puerto Vallarta, Mérida, Cancún. Da qualche anno a queste categorie si è unita quella dei nomadi digitali, come Louise e Nick. Per questi ultimi, il luogo è perfetto: a poche ore di volo, internet veloce, prezzi sostenibili, servizi accessibili; Roma Norte e Roma Sur, Condesa, Coyoacán, Benito Juárez o Santa María La Ribera, i quartieri dove trovar casa.
Nei tanti caffè, le file di laptop aperti e il brusio anglofono sono inequivocabili. Nel 2022 Sheinbaum – allora governatrice della capitale – aveva siglato un accordo con Airbnb per agevolare l’arrivo di nomadi digitali. Oggi sono considerati una sciagura.«Non sappiamo quanti siano, non c’è alcun registro e si spostano di continuo», racconta Adrián Hernández Cordero, geografo, docente alla Università Autonoma del Messico. «Però sappiamo che ci sono quartieri, come Condesa, che hanno visto crescere il numero di unità immobiliari e diminuire gli abitanti: interi edifici sono stati trasformati in residence Airbnb, co-working e locali in “stile europeo”».
In questi quartieri, la colazione costa dieci euro, un caffè tre, un burrito e una birra quindici, ma il cameriere che serve tutti questi piatti ha un salario attorno ai 400 euro al mese. I momenti spartiacque secondo la gente di qui sono tre: i terremoti del 1985 e del 2017, che hanno distrutto molti edifici e alimentato una enorme speculazione immobiliare. E poi il Covid, che ha spinto migliaia di statunitensi a volare qui in telelavoro. Durante ognuno di questi passaggi, il paesaggio urbano è stato stravolto. Ed è stato facilitato l’arrivo di una comunità ben visibile, che oggi vive in una bolla, con la sua lingua, i suoi gusti e i suoi dollari.
Da sempre, il Nord e il Sud del Río Bravo si sono attratti ma anche detestati: questioni di soldi, di cultura, accuse reciproche ma anche tanti vantaggi che ciascuno dei due lati offriva all’altro. Poi è arrivato Donald Trump. E con lui le politiche sprezzanti contro latinos e migranti e le continue minacce di blitz militari e dazi. Se il governo di Sheinbaum si destreggia in questo caos con attenzione e diplomazia, tra la gente normale c’è rancore: archiviate le proteste di luglio, a Città del Messico restano (e si moltiplicano) graffiti e gli striscioni che dicono “No gringos”, e “Questo palazzo non è in vendita”. Gentrificazione è la parola magica, quella che (in teoria) spiega tutto. «In realtà è una parola-ombrello», sottolinea Lorena Umaña Reyes, sociologa urbana alla Unam, la più famosa università cittadina. «Sotto ci sono processi diversi e a volte intrecciati: turistificazione, gentrificazione e finanziarizzazione. Vale a dire: Airbnb fuori controllo, espulsione di abitanti e speculazione pura. Poi c’è l’esotismo: i güeros (gli stranieri bianchi e biondi, ndr), trovano un posto che assomiglia all’idea che hanno del Messico e lo colonizzano».
Sotto le proteste, il vero nodo si chiama diritto alla casa. Non è casuale, sottolinea Jacaranda Correa, una documentarista da anni impegnata su questo fronte a Roma Sur, che «i protagonisti siano soprattutto giovani, ventenni e trentenni, con buona e alta formazione, che vivono la precarizzazione e sono fuori dal mercato abitativo». Insomma, i gringos sono lo specchio delle diseguaglianze, il target di una permanente ebbrezza immobiliare che – sposata alla corruzione – ha portato alla cacciata di migliaia di persone: affitti che aumentano, sfratti ingiustificati, abusi.
Tutte strategie che Sergio Juaricoa ci aiuta a decifrare girando tra due grandi caseggiati di Benito Juárez, là dove le strade si chiamano Londres, Nápoles, Havre, Versailles. Lui è uno dei fondatori di 06600, la piattaforma che monitora le trasformazioni del quartiere e sostiene gli abitanti in difficoltà. «Questo è un saccheggio urbano, portato avanti dai cartelli immobiliari», dice. Passiamo in rassegna palazzi di primo Novecento di cui gli speculatori hanno mantenuto la facciata (rispettando così la legge) e trasformato il resto in un condominio lussuoso. Piccoli negozi che stanno chiudendo ed edifici occupati da comunità che resistono agli assalti della polizia antisommossa: accanto, ci sono boutique e bistrot dai prezzi altissimi e poi terreni vuoti, che sono nel mirino degli speculatori e presto potrebbero diventare cantieri per case di lusso. Due mondi che vivono l’uno accanto all’altro, guardandosi con sospetto e diffidenza. Basterà un’altra scintilla, dicono tutti, a riaccendere le proteste.