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 2026  aprile 09 Giovedì calendario

Emilio Isgrò e la canzone napoletana

È un titolo perfetto, Canto Napoli, per la mostra che Emilio Isgrò dedica alla città che ha fatto, da sempre, del mix «parole e musica» (un mix di volta in volta più o meno aulico, più o meno popolare) uno dei suoi simboli più universali. Da domani fino al 29 settembre (una data che è, per caso, anche il titolo di un’altra canzone) al Museo di Capodimonte, nella sala accanto a un altro degli emblemi di Napoli (il presepe) prende corpo il progetto espositivo (curato dal direttore del museo Eike Schmidt) che il Grande Maestro delle Cancellature (e non solo) ha realizzato sottoponendo venticinque partiture di canzoni napoletane ormai immortali (da ‘O sole mio a Malafemmena, da Reginella a Napule è, da Te voglio bene assaje a Resta cu’mme, da Luna rossa a Maruzzella) a un’operazione quasi chirurgica dello spartito, delle parole e delle musiche firmate (tra gli altri) da Renato Carosone, Totò, Pino Daniele, Peppino di Capri, Libero Bovio e (leggenda vuole) da Gaetano Donizetti (a cui viene attribuita la melodia di Funiculì Funiculà)

Di fatto la mostra si trasforma in un’indagine profonda e radicale sulla memoria sonora della città, un’osmosi tra arte, musica e filosofia con un’intensità poetica e concettuale coinvolgente che le cancellature di Isgrò contribuiscono a drammatizzare ulteriormente.

Figlio della tradizione italiana e al tempo stesso innovatore radicale, Isgrò (1937) presenta qui la sua ultima operazione: un’analisi che supera i confini dell’arte visiva, passando attraverso le parole, i suoni e le metodologie della cancellatura, tecnica che da decenni costituisce il suo linguaggio distintivo capace di mettere in crisi il senso e la memoria. Cuore della mostra, come spesso accade all’artista siciliano, è il dialogo serrato fra tradizione e innovazione. Le partiture, sottoposte all’intervento di cancellatura, rivelano le tracce più autentiche di un patrimonio musicale che ha attraversato i secoli. La superficie delle partiture si popola di insetti, simboli di una natura implacabile e naturale, attratti dall’incanto di melodie e versi immortali. Questi insetti (api e formiche che oltre agli spartiti affollano anche mandolini e chitarre) non sono semplici ornamenti, piuttosto elementi di un nuovo testo, ermetico ma allo stesso tempo aperto a molteplici interpretazioni, un testo che invita lo stesso spettatore a una interpretazione più attenta e più contemporanea di quelle «canzuncelle» che forse tanto «canzuncelle» non sono. Come se Isgrò volesse suggerire che la musica e le parole sono soggette a continue cancellazioni e riscritture storiche, un processo che coinvolge il nostro stesso modo di ricordare e dimenticare.

La scelta di alcune tra le canzoni più rappresentative del repertorio partenopeo traccia un percorso attraverso la memoria collettiva della città, un itinerario nel cuore di Napoli che parla di sentimenti, di allegria e di struggimento. La loro presenza nella mostra è funzionale a un’analisi più profonda sulla natura della cultura popolare, sull’arte democratica e accessibile che ne consegue. La cancellatura, in questo caso, agisce come un filtro, come un modo per mettere in evidenza le connessioni profonde tra le canzoni, mentre gli insetti sugli strumenti restituiscono in qualche modo alla musica un corpo reale, vissuto, e una sua innata vitalità. La presenza degli insetti dà vita a un canto collettivo, una processione visiva che sottolinea la natura sociale della canzone napoletana.

Eike Schmidt descrive questa operazione «come un crocevia tra segni e metasegni, un campo in cui il testo si gioca tra presenza e assenza, tra quello che si mostra e ciò che si cela». Per il curatore «la cancellatura diventa qui un gesto di conservazione, un modo di preservare la melodia e le parole, coprendo e rivelando allo stesso tempo, come un rituale di protezione e di negazione della sconfinata complessità del linguaggio». Nel Museo di Capodimonte le opere di Isgrò si trovano a dialogare tra passato e presente, tra manualità artigianale e ricerca concettuale: realizzate con tecnica mista su carta e stoffa montata su legno finiscono per incarnare la tensione fra tradizione e innovazione, tra custodia e rivoluzione. È come se l’artista volesse restituire nuova vita alla memoria storica di Napoli, rendendo visibile ciò che sembra invisibile, nascosto sotto le cancellature, sotto le sovrapposizioni di segni e simboli.

Il gesto di Isgrò va oltre il semplice atto estetico: si tratta di un’esplorazione filosofica della conoscenza e del senso, ispirata alla grecità antica e alla filosofia socratica. La cancellatura diventa così un’escavazione della storia e della cultura, un modo di sollecitare lo spettatore a sollevare il velo dell’apparenza, ad azionare uno sforzo conoscitivo che permetta di cogliere le sfumature nascoste tra le righe di una canzone, tra le note di un’aria. La filosofia, e in particolare il pensiero dei sofisti e dei dialoghi socratici, si riflette in questa operazione come una forma di interrogazione incessante, di domande che sono innesco di consapevolezza e di ricerca.

Anche perché, nell’ispirazione di Emilio Isgrò, la musica napoletana è «profondamente democratica», un patrimonio condiviso che unisce autori celebri e figure minori, tutti compresenti in un grande mosaico di emozioni e di storie. La città stessa, con la sua cultura popolare, diventa protagonista di questa riflessione, un luogo di continui scambi tra alta e bassa cultura, tra arte ufficiale e pratiche quotidiane. La Napoli di Isgrò, così carica di identità, si rivela come un laboratorio di resistenza culturale, un crocevia di tradizioni di cui l’artista si fa interprete e custode.

Non solo. Canto Napoli si propone come un atto di resistenza alla semplificazione della cultura, alla omologazione degli stili e delle narrazioni. Con la cancellatura, Isgrò rivendica la possibilità di una lettura più profonda e complessa, di una percezione che richiede impegno e attenzione critica. La mostra appare così come un invito a scavare tra le pieghe del passato per ritrovare il valore affettivo e identitario della musica napoletana, riuscendo nell’obiettivo di mantenere viva la tradizione attraverso la forza della ricerca artistica e filosofica. Isgrò, con il suo gesto radicale e poetico, invita dunque a riscoprire Napoli non solo come una città di meraviglie visive e sonore, ma come un luogo di pensiero e di memoria da tutelare e rinnovare, un teatro di poesia e di riflessione sulla natura della cultura e sulla sua fragile, ma sempre più necessaria, sopravvivenza,