repubblica.it, 9 aprile 2026
Palermo, fermati due tunisini per apologia del terrorismo
Su Tik Tok ed Instagram postavano video in cui inneggiavano alla Jihad e al martirio religioso. Scrivevano di voler “mandare all’inferno” i miscredenti, minacciavano di colpire le “loro città sporche” e le “loro sporcizie politeiste”. E poi invitavano a commettere reati di varia natura. Gli investigatori della Digos di Palermo hanno individuato due cittadini tunisini, di 19 e 22 anni, che erano parecchio attivi sui social. E nei loro confronti, la procura distrettuale antimafia diretta da Maurizio de Lucia ha fatto scattare due fermi per i reati di istigazione a delinquere aggravati dalle finalità di terrorismo.
«I destinatari del provvedimento – spiega la questura in un comunicato – si sono resi responsabili di condotte volte alla propaganda jihadista e all’istigazione al terrorismo, inneggiando ed istigando all’azione violenta e all’uso delle armi, quale indefettibile strumento di lotta contro l’Occidente e i miscredenti». Sui social avevano anche rilanciato immagini della Casa Bianca in fiamme, con il vessillo dello Stato Islamico posizionato al posto della bandiera statunitense. In altri video, si vedevano gruppi armati islamisti, con richiami a figure di riferimento della galassia jihadista, quali Osama Bin Ladened Abu Muḥammad al ‘Adnani,leader dell’Isis. Un bengalese abitava nella zona di via Oreto, un altro in una comunità per richiedenti asilo politico, che si trova in centro città.
Monitorando i profili social dei due indagati è emerso che erano in contatto con tre minorenni, pure loro stranieri: due residenti nella provincia di Trapani, uno in quello di Piacenza. «Tutti accomunati da una fascinazione per le armi», spiega la polizia. Per questa ragione, anche nei loro confronti sono stati eseguiti dei decreti di perquisizione. In alcune foto, infatti, i cinque indagati si vedono con delle armi in pugno. Dalle perquisizioni sono però emersi con una pistola utilizzata per il softair e una mitraglietta giocattolo senza il tappo rosso.
Ma è soprattutto la propaganda sul web a preoccupare. Spiega ancora la questura: «Emblematico è il video in cui sullo sfondo del vessillo dello Stato Islamico si vedono atti di violenza di un uomo vestito di nero su alcuni soggetti inginocchiati e ammanettati, vestiti con tute di colore arancione. Fra loro il presidente degli Stati Uniti». Il video è accompagnato da un testo, in lingua araba e inglese: «Ascolta bene America e voi alleati dell’America sappiate questo, la situazione è più seria di quanto voi pensiate e più grande di quanto voi possiate immaginare». Parole inquietanti. «Stai combattendo contro un popolo che non può essere sconfitto o vincono o muoiono provandoci e la scadenza è fissata». In un altro video postato dai due indagati, si vede una bandiera degli Stati Uniti lacerata che viene ammainata, al suo posto viene alzata una bandiera dello Stato islamico. Il testo che accompagna il video dice: «Il tempo è arrivato! Che la nazione di Maometto rinasca e questa rimuoverà la veste della vergogna e frantumerà la polvere dell’umiliazione e della trappola non c’è tempo per schiaffeggiare e urlare e con la grazia di Allah è spuntata di nuovo l’alba della gloria». Parole che hanno preoccupato investigatori e magistrati.