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 2026  aprile 09 Giovedì calendario

Iran, così il papa ha mobilitato la Chiesa

Ha accolto la retromarcia di Trump «con soddisfazione». Il Papa americano non ha risparmiato la voce per scongiurare un epilogo catastrofico in Iran, i suoi appelli sono stati un controcanto in crescendo alla retorica bellica della Casa Bianca. «Accolgo con soddisfazione e come segno di viva speranza l’annuncio di una tregua immediata di due settimane», ha commentato ieri, «solo attraverso il ritorno al negoziato si può giungere alla fine della guerra». Sabato alle 18 Leone XIV presiederà una veglia di preghiera per la pace a San Pietro.
Un controcanto in crescendo
Pur misurato nello stile, nei giorni in cui la Chiesa commemora la passione di Gesù il Pontefice agostiniano è stato via via più esplicito. Lo imponeva il precipitare degli eventi e lo suggeriva il tentativo sempre più sfacciato di utilizzare la simbologia e il linguaggio cristiano da parte della galassia trumpiana. La domenica delle Palme ha detto che Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». Il martedì santo a Castel Gandolfo per la prima volta ha citato espressamente Trump, auspicando che tornasse al tavolo negoziale. Alla messa del crisma del giovedì santo ha detto che la crocifissione di Gesù ha interrotto «l’occupazione imperialistica del mondo»: parlava dell’impero romano ma molti hanno pensato a quello americano. L’ex Custode di Terra Santa Francesco Patton, a cui ha affidato le meditazioni della Via Crucis, ha detto che ogni autorità deve rispondere davanti a Dio del potere «di avviare una guerra o di terminarla». «Chi ha il potere di scatenare guerre», ha esclamato Leone a Pasqua, «scelga la pace!». Di fronte alla minaccia di Trump di cancellare «l’intera civiltà» iraniana, infine, Prevost ha detto chiaro e tondo: «Non è accettabile», la guerra «non risolve niente», e – fatto inusuale – ha esortato i cittadini americani a mobilitarsi per dire ai propri rappresentanti in Parlamento: «Vogliamo la pace».
Vescovi statunitensi uniti
Il Papa nato a Chicago e la gravità della situazione hanno tenuto uniti i vescovi statunitensi, tradizionalmente divisi tra un’ala progressista cresciuta sotto il pontificato di Francesco a una maggioranza più conservatrice. Con qualche eccezione – il vescovo Robert Barron, da sempre vicino a Trump, ha tentato di sostenere che Leone «non si stava riferendo specificamente alla guerra in Iran» – la riprovazione è stata ampiamente condivisa. «La minaccia di distruggere un’intera civiltà e il deliberato attacco alle infrastrutture civili non possono essere moralmente giustificati», ha dichiarato monsignor Paul Coakley, presidente della conferenza episcopale a stelle e strisce.
La preoccupazione per Libano e Gaza
La Santa Sede, intanto, guarda con estrema preoccupazione ai bombardamenti israeliani in Libano e a Gaza e alle violenze dei coloni in Cisgiordania. «Molti governi – ha dichiarato il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin a Dialoghi, trimestrale di Azione Cattolica italiana – si sono indignati per gli attacchi contro i civili ucraini da parte dei missili e dei droni russi, imponendo sanzioni agli aggressori. Non mi sembra che sia accaduto lo stesso con la tragedia della distruzione di Gaza».