la Repubblica, 9 aprile 2026
Tredici Pietro parla del post Festival di Sanremo
Da Sanremo Tredici Pietro è uscito benissimo. Un brano come Uomo che cade è diventato un bestseller sulle piattaforme. Un duetto con papà Gianni Morandi (la canzone era Vita) che ha sbloccato una fase in modo quasi cinematografico. Adesso Pietro, 28 anni, è pronto per un tour nei club che parte il 5 maggio da Nonantola (Mo).
Finito l’effetto Sanremo? Come si gestisce una popolarità aumentata quasi a dismisura?
«Se vuoi la bicicletta devi pedalare. Non sono infastidito dalla popolarità, sarebbe stato peggio se fossi uscito da Sanremo senza alcun effetto. C’è un dovere nei confronti di chi mi segue: se voglio prendere un caffè in pace posso farlo a casa. Non possiamo sottrarci a questo gioco».
Il duetto con papà Gianni è stato uno dei momenti più intensi del festival.
«Sono ancora molto dentro questa esperienza, non l’ho abbandonata. È stato come avere sul palco, allo stesso tempo, il mio mito e la mia più grande paura. È stato un momento essenziale del rapporto con lui e dell’idea che ho di lui. Penso che mi abbia cambiato, non avevamo mai cantato insieme. Ho sempre tenuto tutto molto separato».
Eppure a Sanremo aveva scelto “Vita” per cantare con lui.
«Si è parlato spesso di difficoltà tra me e mio padre, ma il fatto è che io non volevo niente di garantito, non mi piacciono i raccomandati. Ho cercato di fare per conto mio. Poi la decisione di scegliere quel brano è stata istintiva perché celebra una storia di famiglia. Ed è il mio preferito tra quelli di mio padre».
Morandi ha detto che lei sarà ospite in qualche suo concerto. Anche se “cambia spesso idea”.
«Sì, penso di andare, compatibilmente con i miei impegni. Ma tanto le sue date sono già sold out (ride)».
Nel tour proporrà brani vecchi e nuovi del suo repertorio. Dopo qualche momento buio, possiamo definirlo la certificazione della sua rinascita?
«La risalita parte da molto più lontano. È un cammino personale connesso col lavoro ma parte da altro. Di sicuro, la musica dal vivo è la forma di espressione più alta di un percorso artistico. Saranno concerti molto centrati sulla musica, senza grandi tecnologie o coreografie, poche strutture di contorno. Anche per questo abbiamo scelto i club».
Nelle settimane recenti i numeri dei suoi stream sono decollati.
«Sono figlio di quest’epoca, i numeri li subisco e li vivo, cerco di trasformarli in uno dei termometri che definiscono la mia carriera. Ma non sono tutto. Preferisco essere arrivato decimo al festival e suonare nei club. Ovvio che ci tenga, ma non sono una priorità. Se mi dicessero “vuoi arrivare primo in classifica o collezionare sold out”, scelgo sempre la seconda».
C’è una risalita nella sua vita che la rende particolarmente orgoglioso?
«C’è stato un momento in cui mi sono sentito superato dalla musica, dopo l’exploit degli esordi due o tre dischi non sono andati bene. Sono stati funzionali per la mia crescita, ma mi hanno costretto a sbattere contro porte che non si sono aperte. Tanti manager mi hanno rifiutato, sembrava che non potessi essere interessante e ho dovuto crearlo io questo interesse. Anche quando fai un disco che entra nel cuore della gente e rinasci, molti vedono solo il figlio di Morandi e pensano che io abbia avuto tutto facile. Senza sapere che vengo da quattro anni difficili. Ma va bene così».
Ha detto che ha molta paura della morte. “Uomo che cade” può essere considerato un esorcismo?
«Ho avuto esperienze che mi hanno avvicinato all’idea di essere mortale, così come a quella che bisogna godersi ogni giorno. È stato un tema ricorrente ma ora, per fortuna, sono più distaccato. Oggi si cerca in ogni modo di sfuggire a quel pensiero e cerchiamo di rimanere giovani per sempre. In fondo, manca al nostro mondo una certa sacralità che si chiama morte, ma che in realtà è vita».
Siamo circondati da cronache drammatiche. Pensa di dire qualcosa dal palco durante i concerti?
«Penso che questi potrebbero essere gli ultimi mesi di un mondo come lo abbiamo vissuto finora. Mi verrebbe da dire: “Godiamoceli”. Non so se esprimermi, penso che l’arte non debba nascondersi ma può anche raccontare un momento di isolamento rispetto al contesto. Forse c’è bisogno di leggerezza. Ci sto pensando, davvero non lo so».