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 2026  aprile 09 Giovedì calendario

Valentina Baggio parla di suo padre

Non solo una figlia. Valentina Baggio, primogenita di papà Roberto e mamma Andreina, è diventata anche la manager del Divin Codino che, con lei, ha iniziato a sfruttare anche tutto il potenziale offerto dai social per tuffarsi nell’amore infinito che ancora provano per lui i suoi fan in tutto il mondo. Al sito Chiamarsibomber, Valentina ha raccontato i retroscena del presente e soprattutto del passato a fianco del padre.
Si è partiti dagli anni dell’infanzia: «Sono stata sballottata tra tante città perché con la mia famiglia seguivamo papà ovunque andasse – ha detto – sono cresciuta circondata più da maschi che da femmine, perché ho sempre seguito molto il calcio mi piaceva tantissimo giocare a pallone e, durante educazione fisica, lo preferivo sempre alla pallavolo. Ma essere figlia di Roberto Baggio non è stato semplice: il peso del mio cognome è innegabile e non è stato facile da gestire. Riflettevo molto prima di prendere decisioni, avevo paura di sbagliare e che un mio errore potesse in qualche modo intaccare l’immagine di mio padre».
In passato aveva già raccontato della svolta avvenuta durante il lockdown, trascorso in campagna a Vicenza dopo un lungo periodo a Milano. Valentina svela che con suo padre giocano a carte ogni sera, «all’inizio lui era imbattibile, oggi però ce la giochiamo. Facciamo sempre una partita serale e vince chi arriva per primo a tre vittorie. È un momento che mi diverte molto condividere con lui». Poi, a fine Covid, partì per Ibiza: «Rappresentava una sorta di isola felice: le persone erano più serene, si abbracciavano e vivevano con meno timore, mentre in Italia la situazione era ancora complessa. Lavorando da freelance, mi bastava un computer, quindi ho colto l’occasione per trasferirmi lì e ampliare il mio network. Mi piaceva girare scalza, ed è un posto che si presta perfettamente a questo stile di vita». 
Un altro passaggio chiave riguarda la rapina subita due anni fa, nella sera in cui l’Italia affrontava la Spagna agli Europei. Valentina non era presente, a differenza dei genitori e dei fratelli: «La rapina – confessa – è stata un’esperienza molto forte da superare. La sera in cui sono rientrata a casa dopo quell’episodio ho capito subito che qualcosa sarebbe cambiato. Il fatto che abbiamo iniziato a viaggiare di più è legato anche al fatto che abbiamo iniziato a lavorare insieme. È una conseguenza indiretta, più che una scelta legata esclusivamente a quanto accaduto, anche se sicuramente quell’evento ha contribuito a innescare un cambiamento nella sua vita».
E la scelta di curargli le pagine social è anche legata a tentativi di truffa subiti in passato:«C’erano diverse pagine che si spacciavano per lui e si erano verificati anche tentativi di truffa, con persone che chiedevano soldi fingendosi lui. Volevo far emergere una dimensione più intima e autentica, lontana dall’immagine del personaggio pubblico. È raro vedere un campione in un contesto così semplice e domestico, con una Panda sporca e distrutta: proprio per questo è stato un contenuto molto efficace».
Poi, un flashback nel passato. Con il viaggio nel tempo che si colloca nel 1994, ai Mondiali americani nei quali fu assoluto protagonista senza un lieto fine: «Quel rigore non potrà mai dimenticarlo né cancellarlo: farà sempre parte della sua vita. È un evento estremamente traumatico e ciò che gli pesa di più è sapere quanto i tifosi aspettassero quel momento. Arrivare a un passo dal coronare il sogno di una vita e non riuscirci è un dolore che ti accompagna per sempre, ma è come se quell’episodio avesse creato un legame ancora più forte con il pubblico, che si è immedesimato in lui. Vedere che anche i propri idoli possono sbagliare li rende più umani. Cosa ricordo di quel Mondiale? Qualche flash: lui che mi abbraccia nelle scale dell’hotel o il gol alla Nigeria, faceva un caldo tremendo e lui alzò il dito verso la tribuna per cercare me e mamma». Più nitido, anzi diretto, il ricordo dell’esclusione dai Mondiali del 2002: «Avevo 12 anni. Eravamo a Caldogno, mamma e Mattia stavano cucinando quando squillò il telefono. Sentii la conversazione con Trapattoni: durò poco, ma incrociai lo sguardo di mio padre e capii subito la sua amarezza. È stato un peccato, perché avrebbe potuto giocare un grande Mondiale in un Paese come il Giappone, dove è amatissimo e a cui è molto legato anche per la sua religione».
Intenso anche il ricordo della sofferenza che seguì quell’infortunio, quando vestiva la maglia del Brescia: «La prima immagine che mi viene in mente è quando aveva il ginocchio rotto e io gli preparavo i cracker con la Philadelphia, perché non riusciva a mangiare altro per il dolore. Ripensare a quei momenti mi commuove ancora. Ricordo anche quando, dopo un’operazione, andammo a prenderlo in ospedale. Lui vuole sempre guidare ma in quell’occasione dovette sedersi dietro in macchina con il tutore: vederlo così mi faceva stare male. Vedere i propri genitori soffrire non è mai facile. Oggi mi sento realizzata, perché ho la fortuna di lavorare ogni giorno con mio padre e per mio padre, ed è qualcosa di davvero speciale».