Corriere della Sera, 9 aprile 2026
Pd, scontro (con insulti) tra Alfieri e Sensi
Il Pd sarà pure «unito, anzi unitissimo», come ripetono la segretaria Elly Schlein e i suoi fedelissimi, ma fino a un certo punto... Di certo non è stata una scenetta idilliaca quella a cui hanno assistito ieri, nell’aula di palazzo Madama, i senatori presenti. Qualcuno (tra gli alleati dei dem) ha sgranato gli occhi, qualche altro (nel centrodestra) ha sorriso e si è dato di gomito quando Alessandro Alfieri ha raggiunto a grandi falcate Filippo Sensi e lo ha apostrofato duramente: «Che c...dici...». E giù insulti.
I due, occhi negli occhi, si sono fronteggiati tra i banchi per due minuti interi, che, a dispetto del numero, sono tanto tempo. Uno insultava, l’altro irridente replicava: «Alessandro vatti a sedere, vai al posto tuo...». Fosse successo per strada, a Roma, si sarebbe definita una «scena di coatteria», siccome è accaduto nell’aula di palazzo Madama quella lite è diventata «un acceso confronto».
Ma che mai era accaduto per arrivare a quel pubblico scontro? Per capire come è andata bisogna tornare indietro, a qualche ora prima. Assemblea del gruppo Pd indetta, come da tradizione, alla vigilia del discorso della premier. Introduce il capogruppo Francesco Boccia, che esorta: «Questo governo è allo sbando, perciò è importante per noi restare uniti. Errori come quello della votazione in Commissione Esteri non si devono più ripetere». Il riferimento è alla decisione dei 4 senatori dem presenti in quell’organismo parlamentare (tra cui Graziano Delrio e Pier Ferdinando Casini) di votare a favore della presidenza di Maurizio Gasparri.
A quel punto in assemblea interviene il vice di Boccia, Alfredo Bazoli, che osserva: «Deve esserci stato un misunderstanding, un errore di comunicazione, perché non era stata data un’indicazione di voto vincolante, non c’è stato nessun intento politico in quel voto». Per farla breve, Bazoli smentisce l’ipotesi del complottone riformista dietro quel voto e punta l’indice contro Alfieri, capogruppo in Commissione Esteri che a quella votazione era assente, perché impegnato altrove con la segretaria, accusandolo di non aver dato chiare indicazioni di voto. Premessa indispensabile per capire l’innalzarsi della tensione: Bazoli è un riformista di quelli della minoranza guidata da Lorenzo Guerini, Alfieri è un riformista fedele a Bonaccini e che, perciò, è entrato in maggioranza.
Precisazione, altrettanto indispensabile: l’assemblea dem si svolge un po’ da remoto, un po’ in presenza. Perciò quando Alfieri contrattacca, Bazoli è assente: «Quella di Alfredo è una ricostruzione scorretta, avevo dato chiare indicazioni di voto e i messaggi sul mio cellulare lo possono testimoniare». Qualche minuto dopo è Sensi a intervenire. Da remoto. Quindi non sa che Alfieri non c’è. «Trovo inelegante che Alessandro attacchi Bazoli quando lui si assenta. Comunque invece di questo scaricabarile, mi sarei aspettato un’assunzione di responsabilità da parte di Alfieri, con le conseguenti dimissioni».
L’attacco di Sensi, come era ovvio, viene puntualmente riferito al capogruppo dem in Commissione Esteri, che chiede conto in aula al compagno di partito, davanti a tutti.