Corriere della Sera, 9 aprile 2026
Leonardo, finisce la sintonia tra Cingolani e Palazzo Chigi
Un’azienda di difesa, aerospazio e tecnologie digitali non è mai solo un’architettura industriale, ma è impossibile capirla senza quella dimensione. In tre anni Leonardo ha visto il titolo salire del 410%, contro una crescita dell’indice europeo di settore del 155%. Intanto il gruppo italiano della difesa ha registrato un calo del debito e un aumento dell’utile netto dell’85%, con crescita dei relativi dividendi anche per il ministero dell’Economia azionista al 30,2%. Il nuovo piano industriale, presentato tre settimane fa, prevede ordini per 142 miliardi di euro entro il 2030 e un’attenzione crescente ad alcune delle minacce all’Italia e delle partite tecnologiche di questi anni: cybersicurezza, supercomputer (Leonardo ha uno dei cinque più veloci al mondo), intelligenza artificiale e uso dei dati in concorrenza anche con operatori americani legati al Pentagono come Palantir e Anduril.
In questo contesto, con il Paese in tensione per i due conflitti in Europa e in Medio Oriente, dev’esserci una ragione sostanziale se l’azionista di controllo – il governo – intende cambiare l’amministratore delegato. Solo che a Roberto Cingolani non è stata detta. L’attuale capo azienda, nominato con l’assenso di Giorgia Meloni tre anni fa senza alcuna contiguità politica, sa da settimane che rischia seriamente di essere messo da parte. Ma non solo non sa perché; soprattutto non sembra aver avuto alcun confronto né contestazione nel merito dell’indirizzo tecnologico, industriale o delle scelte strategiche: né con la premier, né con altri esponenti di governo.
Il mercato intanto ha iniziato da giorni a reagire alla macchina delle voci nel quadrilatero di Roma che anticipa la mancata riconferma. Dall’inizio del mese il titolo di Leonardo ha perso l’8%, in controtendenza sull’indice europeo di difesa e aerospazio salito del 3% in previsione dei nuovi investimenti nel settore sospinti dalle guerre in corso.
È possibile, naturalmente, che proprio questo sia il punto: l’andamento finanziario e industriale non è necessariamente tutto per un gruppo legato alla sicurezza nazionale; il governo potrebbe aver deciso di dare un diverso indirizzo ai progetti di Leonardo, anche se questo è esattamente il tipo di dibattito che in Italia non sta emergendo alla luce del sole. Sotto Cingolani, l’azienda della difesa ha stretto partenariati con grandi gruppi europei che puntano verso una progressiva emancipazione dalla dipendenza tecnologica e industriale dagli Stati Uniti. Il progetto Bromo, lanciato da Leonardo su un piano di parità con la franco-ispano-tedesca Airbus e la francese Thalès, mira a competere nei sistemi satellitari con Starlink di Elon Musk. La nuova generazione dei grandi droni della turca Baykar uscirà presto dagli impianti di Ronchi dei Legionari e sta portando alla cancellazione di ordinativi dall’Italia agli Stati Uniti. Il caccia di sesta generazione Gcap con la britannica Bae e la giapponese Jaie è un’alternativa agli F35. E sul sistema Michelangelo Dome per la difesa aerea integrata sta dialogando con tutti i maggiori gruppi europei del settore.
È possibile che a Palazzo Chigi si sia giunti alla conclusione che questa è la direzione sbagliata, perché l’Europa sarà sempre fragile. Certo la situazione è in sommovimento, con gli Stati Uniti di Trump pronti ad accettare che l’Iran imponga agli alleati del Golfo e all’economia mondiale un nuovo dazio al passaggio di Hormuz. Però, almeno dentro il Grande raccordo anulare di Roma, alcuni punti sono chiari. Uno di essi riguarda la freddezza verso Cingolani del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari. Tre anni fa, quando il manager fu nominato senza alcun pedigree «politico», l’intero vertice di FdI sentiva più il bisogno di accreditarsi all’estero e si sentiva così forte in Italia da potersi aprire a figure tecniche. Cingolani, fisico di professione, era stato uno dei ministri di alto profilo del governo di Mario Draghi. Oggi tutto è diverso. Meloni si muove più a suo agio, anche in un quadro internazionale stravolto da Donald Trump. E la sconfitta nel referendum sulla Giustizia spinge Fazzolari a blindare tutte le posizioni possibili con fedelissimi in vista di elezioni molto più aperte rispetto al 2022.