Corriere della Sera, 9 aprile 2026
Meloni alla prova delle Camere
Le opposizioni la aspettano al varco, accusandola di «fallimento totale» su tutta la linea: referendum, politiche di governo, riforme, posizione politica troppo pro Usa rispetto alle grandi crisi internazionali. E si chiedono, come fa Matteo Renzi «se arriverà con qualcosa in mano», o già annunciano come il capogruppo del Pd Francesco Boccia che non c’è nulla da salvare: «Se non ci fosse stata la guerra il governo sarebbe già in crisi. È logorato».
Si vedrà stamattina quello che Giorgia Meloni ha in serbo, quando alle 9 si presenterà alla Camera e poi al Senato per un’informativa (senza voto finale). Se ci sarà un colpo di scena (improbabile) o una molto più prevedibile rivendicazione di quanto di buono fatto dal suo governo e l’assicurazione che si andrà avanti fino a fine legislatura, «completando il nostro programma, come mai prima era accaduto», con un record di durata al quale la premier tiene moltissimo.
È la prima volta che la leader di FdI, partito in calo nei sondaggi, parla in pubblico dal dopo referendum di argomenti di politica interna. Le dimissioni di ministri e sottosegretari, i casi aperti (Piantedosi), le polemiche che riguardano anche la premier per una foto con un pentito che l’hanno fatta infuriare: ci si attende che non si soffermi troppo su tutto ciò, che escluda ogni crisi, e che spieghi che «l’elettorato ci ha mandato alcuni segnali e li abbiamo colti», a proposito dei cambi nella sua compagine.
Ma non sarà questo il cuore del discorso, che vuole invece puntare sui risultati del governo e sull’annuncio di quello che ancora si intende fare: «Si va avanti con determinazione». Decreto bollette, interventi per calmierare i prezzi dell’energia e assicurare stabilità, misure fiscali. «Sono norme che nessun altro prima di noi aveva immaginato di scrivere. Il governo continua a lavorare per aiutare i nostri cittadini e difendere chi lavora e produce», ha detto ieri Meloni, e su questa falsariga si muoverà oggi. Sottolineando che il tutto avviene in un quadro internazionale «drammatico» che impone di tenere la «barra diritta».
Ovviamente, politica interna e politica estera saranno intrecciate. Ieri la nostra diplomazia ha potuto esprimere un sospiro di sollievo per la tregua solo parziale, visto quanto accaduto al contingente Unifil. In ogni caso, l’Italia appare allineata pienamente alla posizione europea del cosiddetto quartetto, il formato a quattro che comprende Parigi, Londra e Berlino. E infatti è possibile che oggi la premier veda Macron, che è a Roma per incontrare il Papa. E lo farebbe dopo aver ribadito in Aula che l’investimento maggiore è sulla «soluzione diplomatica», per arrivare non solo ad una tregua ma ad un accordo per una pace duratura.
I principali Paesi europei insieme al Canada si sono aggiunti ieri al comunicato, e questo dato in qualche modo aumenta la distanza, o forse sarebbe meglio dire la freddezza, dell’Ue verso Washington, una posizione in cui l’Italia ormai si trova collocata non solo a pieno diritto, ma anche con convinzione. Può apparire inusuale, ma era da molto tempo che Meloni non firmava una dichiarazione congiunta insieme al premier spagnolo Sanchez.
In ogni caso, la giornata di ieri ha scavato un ulteriore solco nelle relazioni fra il nostro governo e quello di Israele: il rapporto fra Meloni e Netanyahu si è, col tempo, deteriorato e a Palazzo Chigi ammettono che l’interlocutore principale è ormai il presidente piuttosto che il primo ministro.
Un’ultima nota sarà forse dedicata al capitolo delle garanzie per il traffico commerciale nello stretto di Hormuz: se si dovesse arrivare ad una risoluzione delle Nazioni Unite, allora il governo si farà trovare pronto, tanto che già in questi giorni sono state fatte delle previsioni sul possibile dispiegamento anche di unità navali italiane.