Corriere della Sera, 9 aprile 2026
L’Europa e il Canada accusano Israele: si fermi in Libano
È dopo pranzo quando un nucleo di Paesi europei, con il Canada, annuncia un testo comune: «Accogliamo con favore il cessate il fuoco di due settimane concluso tra gli Stati Uniti e l’Iran». Firmato, in quest’ordine, da: Macron, Meloni, Merz, Starmer, i quattro big europei; poi dal canadese Mark Carney, dalla danese Frederiksen, dall’olandese Jetten, dallo spagnolo Sánchez; infine da von der Leyen e Costa per la Ue.
La grande cautela dipende dal fatto che nessuno sa bene qual è la base negoziale. I 10 punti della proposta iraniana, «workable» (su cui si può lavorare) come ha detto Trump salvo ritrattare, sono inconciliabili con i 15 della bozza americana. Inoltre, ieri si è continuato a sparare missili e a far partire droni, e 3 sole navi sono passate dallo Stretto. La paura ha dunque un motivo: gli europei non vogliono pagare per il caos lasciato da Trump, ma sanno che lo dovranno fare. Un diplomatico a Bruxelles ha detto a Politico: «Non può essere un assegno in bianco». In ogni modo, i contatti diretti con la Casa Bianca sono riallacciati. Merz ha chiamato Trump. Una telefonata breve, la prima dall’inizio della guerra, con un unico punto: informarsi sui negoziati. Neanche una parola sull’altro grande tema: come ripristinare il traffico nello Stretto.
Nel comunicato, gli europei e il Canada «ringraziano il Pakistan e tutti i partner coinvolti» (la Cina in primis, ma anche Turchia ed Egitto). Esigono il cessate il fuoco, «anche in Libano». Un altolà diretto a Israele (condiviso dall’Italia) che sta a cuore a Parigi e a Madrid. Sánchez ha accusato Netanyahu «di intollerabile disprezzo per la vita e il diritto internazionale» e chiede alla Ue di «sospendere l’accordo di associazione con Israele».
L’impegno centrale però, per quanto vago, è un altro: «I nostri governi – dice il testo – contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz». Insomma, Volenterosi dello Stretto sul modello ucraino: «Questa iniziativa è aperta a tutti». Macron nel pomeriggio ha parlato di 15 Paesi interessati. Potrebbero scortare le navi o sminare il mare, ma sono operazioni – se si giudica dal precedente del 1987-88, quando furono protetti i tanker kuwaitiani – molto costose.
Gli europei chiedono il ritorno alla libera navigazione, cosa che però gli iraniani non prevedono nei loro 10 punti. E neppure Trump, a giudicare dalla sparata del pomeriggio: «Stiamo pensando di fare come una joint venture» sullo Stretto con l’Iran («È un modo per metterlo al sicuro, anche al riparo da molti altri. È una cosa bellissima»).
Se gli europei non ridono, gli alleati di Washington nel Golfo non se la passano meglio. Costretti un’altra volta – mentre Erdogan si rimette in luce come mediatore – a fare buon viso a cattivo gioco. Il Kuwait, gli Emirati, i Sauditi pubblicano comunicati quasi uguali: invocano una «soluzione globale e permanente» che affronti «tutte le questioni che hanno causato instabilità e insicurezza negli ultimi decenni» (Riad).
La verità però è un’altra. Non partecipano ai negoziati, non vengono neppure menzionati, dopo che per settimane hanno subito i bombardamenti per il semplice fatto di ospitare le basi Usa. Sono come l’Ucraina al vertice Putin-Trump ad Anchorage: inesistenti mentre si decide di loro, o meglio sono nel piatto. Dove non osa la politica ufficiale, un commento virale del businessman Naguib Sawiris, ex socio di Berlusconi, dà sfogo a un sentimento comune nel Golfo: «Non capisco, questo accordo di cessate il fuoco non include i Paesi del Golfo? È proprio vero: chi si copre con l’America resta nudo».