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 2026  aprile 09 Giovedì calendario

Hezbollah ancora nel mirino. L’Idf colpisce un mezzo dell’Unifil

«Cento siti e infrastrutture di Hezbollah colpite in circa 10 minuti». Non c’è tregua per il Libano. Anzi.
Sono le 14.30 quando la furia dei caccia israeliani si abbatte senza alcun preavviso sui quartieri di Beirut, compresi quelli del centro. Poi la periferia meridionale, decine di villaggi nel Sud del Paese e la valle della Bekaa. Lo aveva minacciato il premier israeliano Benjamin Netanyahu e lo aveva confermato il presidente statunitense Donald Trump: la questione libanese non fa parte dei 10 punti della tregua con Teheran nonostante le dichiarazioni del primo ministro pachistano Shehbaz Sharif, mediatore della fragile tregua. Per la Casa Bianca la questione libanese è una «scaramuccia a parte» ed è colpa di Hezbollah se è così anche se poi, in serata, Trump fa sapere che continuerà a discutere del Libano con Netanyahu: «Ce ne occuperemo», sottolinea. Tira dritto invece Bibi e assicura che l’accordo non includerà Hezbollah e che Israele continuerà a colpire il movimento.
Il risultato della «scaramuccia» è il bilancio peggiore dall’inizio della guerra, con 112 morti e 837 feriti, secondo il ministero della Sanità libanese mentre la protezione civile parla di 254 vittime. Morti che si vanno ad aggiungere agli oltre 1.500 da inizio mese e sfollati che vanno a ingrossare il milione di persone rimaste senza casa. «Improvvisamente, l’intero edificio ha iniziato a tremare. C’era fumo ovunque e la gente gridava. Sono corsa fuori e ho visto detriti cadere dall’edificio. C’erano molti bambini dentro», racconta a L’Orient Le Jour, ancora sotto shock, Aya che si trovava in un edificio colpito a Manara. «Sono andata a casa dei miei genitori a Ramlet al-Baida. Mia madre mi ha dato uno Xanax e ora sto cercando di dormire».
Nel mirino, ancora una volta, quello che resta della leadership di Hezbollah e centri di comando, infrastrutture missilistiche e strutture utilizzate dalle forze speciali Radwan. Tra le vittime, lo sceicco Sadek Naboulsi, professore di scienze politiche affiliato al Partito di Dio, oltre che fratello dell’ex capo dell’ufficio stampa di Hezbollah, Mohammad Afif Naboulsi, ucciso durante la guerra del 2024. Ma non solo. Nel mirino – lo conferma il ministro della Difesa israeliano Israel Katz che parla del «colpo più duro» subito dal movimento filo-iraniano dall’operazione dei cercapersone – c’è il segretario generale, Naim Qassem.
Parla di massacro e di barbarie il presidente libanese Joseph Aoun cui arriva la solidarietà di Roma che definisce gli attacchi israeliani «ingiustificati e inaccettabili» e convoca alla Farnesina l’ambasciatore israeliano anche per discutere dei colpi subiti dai militari italiani di Unifil bloccati dall’Idf mentre erano in viaggio a bordo di un Lince dalla base di Shama in direzione di Beirut. Un episodio che la premier Giorgia Meloni ha definito «inaccettabile» e per il quale «Israele dovrà chiarire».
In un comunicato, Hezbollah dichiara di avere il «diritto naturale e legale di resistere all’occupazione e rispondere alla sua aggressione». Duro anche l’Iran che promette di «punire» lo Stato ebraico blocca di nuovo per ritorsione lo Stretto di Hormuz, riaperto per poche ore in seguito all’annuncio della tregua, questo dopo che, per settimane, i funzionari israeliani hanno respinto pubblicamente le aperture del governo libanese e dopo che – lo scrive il Wall Street Journal – Teheran aveva posto come condizione il cessate il fuoco anche in Libano.
In questo quadro, sia l’esercito libanese che Hezbollah avvertono le centinaia di migliaia di sfollati dal Libano meridionale di non tornare alle proprie case. Mentre gli analisti restano scettici sulla possibilità che Washington faccia pressione sul governo israeliano perché fermi i raid. Difficile anche che Israele possa raggiungere i suoi obiettivi perché, nonostante la campagna di bombardamenti e l’invasione di terra abbiano indebolito Hezbollah, la maggior parte degli sfollati sono musulmani sciiti, il nucleo della base del Partito di Dio. E la loro presenza nelle comunità di asilo non farà altro che acuire le tensioni settarie oltre che alimentare altra instabilità.