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 2026  aprile 09 Giovedì calendario

Sharif, premier in difficoltà, e quella sponda americana

Una piccola gaffe aiuta a comprendere le fragilità della mediazione di Shehbaz Sharif per il cessate il fuoco tra Washington e Teheran. Ieri mattina il premier pachistano aveva postato in Rete un messaggio ufficiale che iniziava con la dicitura Draft – Pakistan PM message, come fosse un documento dettato dall’esterno. Che arrivasse dagli Stati Uniti? La domanda è lecita: il testo è stato modificato dopo pochi minuti, però il dubbio rimane e non aiuta a dissipare l’impressione di una dirigenza pachistana poco solida, non all’altezza di una mediazione diplomatica, che è soltanto all’inizio di un lungo cammino carico d’incognite. Basti vedere come Israele ha subito smentito che la tregua di due settimane si applichi anche in Libano, mentre da Islamabad parlavano di un cessate il fuoco totale compreso il blocco dei raid contro Hezbollah.
Ma è indubbio che Sharif, assieme al suo ministro degli Esteri Mohammad Ishaq Dar e soprattutto al capo delle forze armate, il maresciallo Asim Munir, abbiano avuto un ruolo rilevante per cercare di raggiungere il silenzio delle armi in un conflitto che stava peggiorando di giorno in giorno. E l’interesse pachistano per la fine della guerra è evidente: larga parte del suo petrolio passa da Hormuz, è abitato da quasi 50 milioni di sciiti, confina per 910 chilometri con l’Iran, da anni Islamabad cerca il sostegno di Teheran per fronteggiare il suo nemico storico che è l’India. Nel 1947 l’Iran fu il primo Paese a riconoscere il nuovo Pakistan appena scisso dall’India. E nel 1979 Islamabad fu ben contenta di ricambiare aprendo subito le relazioni diplomatiche con la Repubblica islamica nata dalla rivoluzione khomeinista.
Occorre tornare ai mesi difficili dell’attacco Usa contro i talebani e Al Qaeda in Afghanistan nell’ottobre 2001 e alle pressioni dell’allora presidente Bush sull’omologo Pervez Musharraf per ritrovare un ruolo tanto centrale quanto delicato per il governo di Islamabad. Oggi come allora nella figura del premier convivono elementi di debolezza e però anche di determinazione. Musharraf inizialmente voleva restare alleato dei talebani, ma l’aggressività americana fu tale che alla fine accettò di collaborare con l’invasione. Dieci anni dopo l’assassinio di Osama bin Laden venne condotto dalle teste di cuoio Usa a Abbottabad, che è la West Point pachistana. Ci fu un momento di crisi grave, ma poi la collaborazione militare riprese più forte di prima.
Oggi la figura di Sharif è largamente compromessa: figlio di una delle famiglie più potenti del Paese, accusato di corruzione, processato più volte tanto da dover fuggire in esilio. Nel 2022 il tribunale di Lahore lo ha assolto per mancanza di prove dall’accusa di avere riciclato oltre 200 milioni di dollari. Allo stesso tempo, ancora adesso l’esercito pachistano è legato a filo doppio al Pentagono. Gli americani forniscono armi, munizioni, finanze e intelligence allo stato maggiore pachistano. Lo scorso anno Sharif e Munir corsero a parlare con Trump per cercare la protezione Usa e limitare le tensioni seguite alle dispute sulle frontiere con l’India.