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 2026  aprile 09 Giovedì calendario

Israele non si ferma, tregua in bilico

A quelle che Donald Trump minimizza come «scaramucce», gli strateghi israeliani hanno dato un nome più apocalittico: Oscurità Eterna. Un buio infinito che si è concentrato in dieci minuti di bombardamenti sul Libano, in particolare sulla capitale Beirut, dove le colonne nere di fumo hanno offuscato il sole, i libanesi uccisi sono oltre duecento.
«È l’attacco più pesante da quando abbiamo iniziato le operazioni il 28 febbraio», proclama Israel Katz, il ministro della Difesa. «Abbiamo colpito a sorpresa centinaia di miliziani di Hezbollah». Tra gli obiettivi ci sarebbe stato Naim Qassem, da un anno e mezzo alla guida del gruppo.
A sorpresa anche perché nella notte tra martedì e mercoledì Shehbaz Sharif, il primo ministro pachistano che ha fatto da mediatore tra gli Stati Uniti e l’Iran, aveva lasciato intendere che l’organizzazione sciita e il Libano erano entrati nell’intesa per il cessate il fuoco. Così avevano interpretato gli iraniani e così non ha permesso il premier Benjamin Netanyahu: nella prima telefonata con il presidente americano ha ottenuto che l’offensiva contro Hezbollah potesse andare avanti, elemento confermato qualche ora più tardi dalla Casa Bianca.
Al premier israeliano la tregua con il regime islamico è stata semplicemente comunicata, peraltro all’ultimo: l’amico Donald l’ha decisa, lui l’ha subita. E in qualche modo ha ottenuto in cambio la libertà d’azione in Libano, mossa che però sta già compromettendo l’accordo: i pasdaran hanno annunciato di aver richiuso lo Stretto di Hormuz poco dopo averlo riaperto, il passaggio dei mercantili senza intoppi è stata la richiesta principale degli americani per accettare di interrompere i raid sull’Iran. Gli ayatollah minacciano anche di riprendere a sparare contro Israele, dove da oggi le scuole sono pronte a riaprire e l’aeroporto Ben Gurion si prepara a tornare a regime. «Il cessate il fuoco non è la fine – replica Netanyahu —, abbiamo altri obiettivi da raggiungere: con le trattative o le armi». E avverte: «Teniamo il dito sul grilletto». Anche i pasdaran utilizzano la stessa minaccia.
Come ogni cessate il fuoco in Medio Oriente gli orologi dei contendenti non sono mai sincronizzati: dopo l’entrata in vigore i Guardiani della Rivoluzione hanno continuato a lanciare missili contro le città israeliane, soprattutto Tel Aviv, e i regni del Golfo. Gli attacchi alle infrastrutture non si sono fermati ieri mattina: l’oleodotto est-ovest, che permette all’Arabia Saudita di esportare il petrolio anche con il blocco di Hormuz, sarebbe stato colpito dai pasdaran, che denunciano un bombardamento contro la raffineria Lavan e in risposta hanno annunciato raid sugli impianti a Dubai e in Kuwait. Teheran ha lanciato 17 missili sugli Emirati.
Le due settimane di cessate il fuoco dovrebbero servire a raggiungere un’intesa definitiva per fermare la guerra andata avanti per una quarantina di giorni. I negoziati indiretti sono previsti a partire da sabato in Pakistan – l’Iran minaccia di non partecipare se continuano gli assalti sul Libano – e la delegazione americana è guidata dal vicepresidente JD Vance, che fin dall’inizio si era opposto al conflitto. Le distanze tra le posizioni sembrano ancora più abbondanti, visto che secondo la Casa Bianca il documento in 10 punti diffuso ieri dall’Iran è diverso da quello fatto arrivare a Trump. In ogni caso la proposta americana in 15 passaggi contrasta con gran parte degli elementi pretesi da Teheran. «I colloqui saranno a porte chiuse – spiega il leader americano – e si concentreranno su poche questioni che sono accettabili per gli Stati Uniti».