La Lettura, 5 aprile 2026
La letteratura e il gusto di Alvar González-Palacios
Per uno dei suoi ultimi volumi, Forse è tutta questione di luce. Ritratti e incontri, pubblicato nel 2022 da Salani – stesso editore del libro uscito il 27 marzo scorso, Opinioni e indulgenze – l’autore facendone dono ad alcuni amici si era divertito a correggere la fascetta di copertina con sopra scritto «Uno dei più grandi storici dell’arte viventi». Non immemore di una celebre battuta attribuita a Ennio Flaiano a proposito di Vincenzo Cardarelli, aveva cancellato su molte copie quella definizione iperbolica con un marcato segno di biro nera: via quell’aggettivo, «viventi», sostituito, non senza un pizzico di snobismo e con buona dosa di (auto)ironia, dal suo opposto: «Uno dei più grandi storici dell’arte morenti».
In questa facezia c’è già molto dello spirito di Alvar González-Palacios, che invece per fortuna è viventissimo, compirà 90 anni il prossimo 13 maggio e da pochi giorni ha dato alla luce il suo (forse) cinquantesimo volume. Impossibile o quasi contarli con precisione, tanto più che molti dei suoi monumentali studi – alcuni riconosciuti dalla critica internazionale come pietre miliari nel loro campo: le arti decorative, soprattutto – apparvero e riapparvero in più volumi (e traduzioni): Il tempio del gusto, Il gusto dei principi, le pionieristiche indagini su Luigi Valadier o quelle, recenti, su Il mobile romano... Contando anche i saggi, gli articoli scientifici e le mostre che portano la sua firma (al Louvre o alla Frick Collection di New York...), González-Palacios si è guadagnato allure e fama di «mostro sacro» nel suo monde perdu (in gran parte, non del tutto): quella ristretta cerchia composta da storici dell’arte cosmopoliti, grandi collezionisti, raffinati antiquari, principi (e soprattutto principesse) di sangue, colti viaggiatori, aristocratici del pensiero... (non vi sono, almeno in teoria, i solo ricchissimi, che AGP dice di non amare: «La povertà non fa mai paura ed e quasi sempre meno volgare della ricchezza», si legge nel libro, sia pur detto a proposito di giardini, un’altra sua grande passione).
Naturalizzato italiano, nato a Santiago de Cuba nel 1936, González-Palacios dopo i primi studi nell’isola caraibica si stabilì nel Belpaese dal 1957: prima a Firenze, dove studiò con Roberto Longhi, suo adorato «maestro» – capostipite, ricorda Alvar, della «scuola da cui io provengo, la scuola dell’occhio» – poi, dal 1971, definitivamente a Roma, sia pure con prolungati soggiorni a Parigi, a Londra, nell’isola greca di Patmos o sul mare di Puglia, dove ancora trascorre le estati. A Cuba non tornerà mai più.
Le biografie ufficiali, quelle improntate all’estrema sintesi, ricordano anche la direzione della rivista «Arte Illustrata» fra il 1968 e il 1974, quella dell’«Antologia di Belle Arti», insieme con Federico Zeri, le numerose collaborazioni giornalistiche, il catalogo ragionato (in due volumi) degli arredi del Quirinale e le numerose onorificenze tra cui la Légion d’Honneur (1998) e l’Encomienda dell’Orden de Isabel la Católica, dieci anni dopo.
Ma González-Palacios è ormai da tempo annoverato, sempre di più, anche tra le fila dei letterati tout court, almeno da quando, correva l’anno 1999, diede alle stampe la sua poderosa autobiografia, Le tre età, poi seguita da molti altri libri in cui la storia dell’arte «pura», per così dire, lascia spazio a una più ampia narrazione, pur sempre in prima persona. Pagine e capitoli in cui l’autore davvero sa far «cantare» tanto i quadri, le sculture, i mobili, gli oggetti, gli ori, gli ebani e gli alabastri, quanto ambienti, case straordinarie, luoghi e personaggi, del passato o incontrati nel corso di una vita d’eccezione, la sua.
La storia, la critica, l’erudizione, una cultura sterminata. C’è tutto, ma senza mai tralasciare il ritmo del racconto, oltretutto, cosa piuttosto rara per uno straniero naturalizzato, in una lingua «non madre, al massimo buona matrigna», come una volta l’autore definì il suo italiano. E che italiano: AGP risulta tra i pochi scrittori capaci di usare l’unico plurale corretto di una parola insidiosissima («le squadre punitive che ogni anno martirizzano i platani dei lungoteveri romani»), ed è chiaramente innamorato di aggettivi rari e maliosi (quanti altri potrebbero definire luogo «magato» l’isola greca di un mancato incontro con il suo amico pittore e scenografo di sangue reale, Enrico d’Assia?).
L’Alvar letterato, ma anche lo storico dell’arte, finisce spesso per parlare di sé attraverso ciò che lo ha circondato e ancora lo circonda, in una prosa magnifica tutta sua che usa ogni registro: «Arrivando in Italia più di mezzo secolo fa – ricorda in apertura di volume – dovetti presto intendere che sarei stato obbligato non solo ad esprimermi in una lingua che non era la mia ma ad allargare il mio campo di interesse ben oltre gli studi a cui mi ero fino ad allora dedicato e che versavano prevalentemente sulla storia dell’arte pittorica. Tuttavia, temendo di non esserne capace, mi sentii quasi costretto a occuparmi di studiare con uguale entusiasmo quegli aspetti della storia dell’arte che si dedicavano anche ad argomenti apparentemente più leggeri: ma leggero non è ciò che si studia, piuttosto lo può diventare il sistema con cui talvolta lo si fa».
Il volume, che di questa «leggerezza» d’autore è un simbolo nonostante le 496 pagine, raccoglie scritti a volte già pubblicati su riviste o giornali, altre volte inediti, in alcuni casi rimaneggiati per l’occasione. Si parla molto di Pittori, titolo della prima parte del libro, ma anche di Luoghi privilegiati e oggetti o di Personaggi e amici, cui sono intestate le altre due sezioni. Ma il protagonista, come ci si aspetta, è lui: il conversatore brillante, l’uomo che entra ed esce, venerato e temuto al tempo stesso, da tutti i grandi palazzi principeschi romani (non sono poi molti, quelli che da secoli si chiamano con lo stesso cognome della famiglia che vi abita, ma ve ne sono e lui ne possiede idealmente le chiavi). In una di queste aristocratiche magioni – un immenso appartamento alto su Roma dalle cui finestre si possono ammirare mille cupole – Alvar vive, contornato da affetti, da meraviglie figlie di un gusto inimitabile (il suo) e protetto da una chiassosa muta di pestiferi bassotti che lo adorano placandosi solo alle sue carezze. Una, di nome BB, pare sia un omaggio a Brigitte Bardot e non a Bernard Berenson, altro nume tutelare della sua iridescente biografia. Una foto di Berenson mentre legge nella leggendaria villa i Tatti, pubblicata nel volume, fu donata al giovane Alvar da Nicky Mariano, angelo custode del celebre storico dell’arte statunitense: «Incontrai anche Berenson, già molto invecchiato (morì nel 1959) – ricorda González-Palacios – e conobbi molto bene anche Nicky Mariano, la ninfa Egeria custode del vecchissimo saggio di Settignano, e godetti della sua amicizia fino alla sua morte».
Quell’immagine non è la sola conservata da Alvar, il quale nel suo studio tiene incorniciati, a mo’ di Lari protettori, anche i volti di Longhi, Zeri, Giuliano Briganti e altri sodali. Uomini di cultura. Epperò nell’infinito palinsesto della sua esistenza (e dunque anche nelle pagine di quest’ultimo volume) si incontra di tutto: storici e critici d’arte, ovviamente, ma anche principi del sangue, donne e uomini di potere, artisti, dandy, frivoli mondani, ricchi e famosi d’ogni risma, Gianni Agnelli compreso, incontrato proprio in casa di Zeri, a Mentana (Roma), sfogliando cataloghi: «Che divertente, diceva a ogni quadro l’avvocato e sembrava l’unica qualifica con cui poteva manifestare il suo interesse. Divertente, sì, come si dice di una barzelletta, di una battuta o di una donna di mondo. Ho pensato spesso a quel lontano incontro con quell’elegante signore così celebre e così cortese... Forse anche un po’ leggero, un po’ accondiscendente, mai remoto».
Come accade ai sogni, gli itinerari di Opinioni e indulgenze non seguono un ordine, tanto meno cronologico, e i capitoli sono pieni di sorprese e svolte anche piuttosto improvvise: un viaggio infinito per grandi e piccoli musei, tra libri, depositi, palazzi, dittici e polittici, capolavori di pittura, scultura, oreficeria, ebanisteria... Senza rinunciare agli «opportuni» pettegolezzi: «il sale della vita».
Estrapolando fior da fiore (tra i suoi preferiti, fuor di metafora, le mariposas, ve ne è una giungla sul suo terrazzo: «Quelle semplici canne odorano di paradiso e li ricordo da quando vivevo all’Avana»), nel libro c’è tutto l’Alvar-pensiero, uomo e studioso. Le parole scritte hanno spesso il passo dell’aforisma: «Giotto muta il senso visivo dell’Italia negli stessi anni in cui Dante ne trasforma la lingua. Una sorta di miracolo che, pur trovando infinite motivazioni, lascia sempre sbigottiti nella sua grandezza». Ci sono i moniti contro gli eccessivi traslochi di opere d’arte: «Resta inammissibile spostare, in qualunque modo e con qualunque pretesto, oggetti di tale mole e di tale importanza: sia sempre Maometto ad andare alla montagna». C’è l’idea di una disciplina: «La storia dell’arte, a mio modo di vedere, non può essere considerata una vera e propria scienza e, che lo si voglia o meno, sconfina sempre nella letteratura e in quel concetto indecifrabile, il gusto». E c’è quella del metodo, ereditato dai maestri: «E col tempo, spesso, è venuta ad avverarsi una famosa battuta del vecchio Berenson: povero ragazzo, crede ai documenti».
«Non è obbligatorio occuparsi soltanto dei geni»: a volte a González-Palacios piace mescolare alto e basso. Ma non manca mai, nelle pagine, una proverbiale vis polemica, spesso ammantata di (velenosa) grazia: sia che l’autore tuoni per l’assenza dell’indice dei nomi in un volume, sia che lo faccia per una citazione sbagliata in qualche sperduto catalogo o per l’assenza di silenzio nelle mostre («...non è obbligatorio sentire ruggiti di leoni quando si è davanti a un quadro del Doganiere Rousseau con quei felini»). E a proposito di cataloghi, ecco «quel che è diventata la maggior parte di queste pubblicazioni negli ultimi anni. La ricetta è la stessa: molte foto digitali a colori, sgargianti e infedeli... una bibliografia zoppicante in cui si menzionano ad nauseam i contributi dei membri del comitato».
Tutto vero, con AGP che alla fine somiglia (paragone che a lui non dispiacerebbe), al «terribile» Edgar Degas, peraltro uno dei suoi pittori preferiti: «Il maggiore artista della sua epoca», uno con la «visione di un’aquila che sorvola la vita» se paragonato ad altri pur illustri colleghi. Nonché «caustico ed elegante anche in privato», proprio come l’autore di queste Opinioni (tante) e indulgenze (pochissime).