La Lettura, 5 aprile 2026
Nel nome della moglie
Quante volte abbiamo sentito la frase «dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna», usata come abile confinamento retorico, come finto omaggio alle figure femminili, siano esse madri, spose, sorelle o figlie di chi ha fatto la storia o più modestamente viene chiamato capofamiglia? È chiaro che da lì non si dà noia, non si fa ombra e non si attenta al primato maschile ribadito proprio dalla posizione spaziale: non di fianco che sarebbe suonato un poco più paritario, ma dietro. In un’intervista rilasciata a «Vanity Fair» nel 2004, la cantante Mina notava: «’Sto fatto che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna mi sembra una gran cretinata. È la solita storia che puzza di mancia, di gratifica natalizia, di carità, di “bel gesto” nei confronti di noi donne, esseri inferiori. Io mi sono rotta leggermente le palle. E dietro una grande donna c’è sempre chi o che cosa? Solo sé stessa, temo».
Gli esempi non mancano per dar ragione a Mina, e tuttavia negli ultimi vent’anni, e certamente con un incremento di consapevolezza, e di parole per dirlo, dopo il movimento mondiale creatosi intorno al #MeToo (2017), sulle donne che hanno gravitato intorno a uomini famosi si è posato uno sguardo diverso. Non più e non solo alla ricerca di una pari grandezza da rivendicare in una formula competitiva che non è certo l’anima di nessuno dei tanti femminismi che attraversano il mondo occidentale, bensì con la curiosità e l’attenzione puntata alle dinamiche di relazione, alla verità esistenziale che se ne ricava a osservarle fuori dalla cornice che celebra il grande uomo o il genio, definizione così fumosa e fuorviante da trascinare con sé una quantità di stereotipi fra cui anche una certa indulgenza per il cattivo carattere quando non proprio per la sopraffazione.
Vorrei fare tre esempi di questa tendenza: l’esordio letterario di Emily Howes, Le figlie del pittore (2024; Neri Pozza, 2026), libro dell’anno per il «Times»; il recente Hamnet di Chloé Zhao (2025), adattamento cinematografico del romanzo di Maggie O’Farrell, Nel nome del figlio. Hamnet (2020; Guanda, 2021); e il biopic di Sofia Coppola, Priscilla, dedicato alla moglie di Elvis Presley.
In queste tre opere il punto di vista viene spostato dalla figura maschile preminente – il pittore Thomas Gainsborough, William Shakespeare ed Elvis Presley – a quello delle donne che ne hanno condiviso la vita. Ne emerge una sorta di contro-narrazione efficace nel sottolineare quanto anche nel modo di pensare la Storia e le storie individuali siamo tutti condizionati dal genere, come posizionamento sociale e culturale. Se, viceversa, a raccontare è una moglie o una figlia, e non un biografo che deve far quadrare la grandezza artistica dell’uomo con le sue vicende personali, abbiamo uno spaccato molto più intimo, prismatico e umano, se per umano intendiamo la capacità di tenere insieme fragilità e debolezze, riconoscendole, lasciando che anche gli altri le vedano senza farcene schiacciare.
Partiamo da Emily Howes che ha scritto un romanzo di immaginazione sulla base di alcuni elementi storici: le figlie del pittore sono Mary e Margaret, sorelle inseparabili ritratte molte volte fra gli anni Cinquanta e Settanta del Settecento dal padre, Thomas Gainsborough (1727-1788), considerato fra i più grandi ritrattisti di tutti i tempi. Le belle bambine, avvolte in vestiti dai colori cangianti, mentre inseguono una farfalla nel magnifico dipinto ora alla National Gallery, ebbero una vita singolare. Mary nata nel 1750, fu afflitta da attacchi nervosi e allucinazioni fin dall’infanzia, si sposò a trent’anni, molto tardi per l’epoca, con l’oboista Johan Christian Fischer, ma il matrimonio durò solo sei mesi. Margaret, soprannominata capitano dal padre per il carattere volitivo, non si sposò mai. Alla morte dei genitori le due sorelle vissero insieme di un vitalizio, e Margaret si prese cura finché poté della sorella, che comunque le sopravvisse di sei anni, in manicomio. La trama del libro è più complicata, perché Howes fa scorrere in parallelo alla vita della famiglia Gainsborough quella della nonna materna delle due bambine, che avrebbe avuto una relazione illegittima con l’erede al trono, il futuro Giorgio III, affetto da porfiria, la stessa malattia che fu causa dei disturbi mentali di Mary Gainsborough, sua supposta nipote. Il pregio della narrazione non risiede nella ricostruzione ipotetica di questi intrecci, quanto nel fatto che la vita della casa di un artista, costretto spesso a traslocare alla ricerca di committenti prestigiosi, viene raccontata dal punto di vista della figlia minore Margaret innamorata del padre, ma anche investita di responsabilità nel tenere nascosto il male della sorella, e via via consapevole del fatto che la sopravvivenza della famiglia era legata al loro essere accettati e introdotti nei giri dell’aristocrazia. Il disturbo mentale di Mary, la sifilide del padre, non proprio un marito fedele, lo sfumare della possibilità di fare un buon matrimonio, sono i pesi che Margaret impara a portare da sola, nel silenzio, con lucidità.
Emily Howes dota la sua protagonista di uno spazio interiore e di uno sguardo mobile e profondo che le consente di vedere le debolezze caratteriali del padre, l’ipocrisia della madre e la follia della sorella cucendole al proprio destino. Lo sguardo di Margaret è clemente, si arrabbia, ma non condanna; piuttosto, come il padre le ha insegnato attraverso la pittura, osserva, prende nota. Nel romanzo in primo piano ci sono i sentimenti di Margaret, il rapporto simbiotico con la sorella, i misteri della madre, ma emerge anche l’uomo Thomas Gainsborough con i molti errori e l’incapacità di pensare la vita adulta delle figlie.
Anche nel film di Chloé Zhao, abilissima nel trasfondere nelle atmosfere, nel paesaggio e nelle inquadrature dei volti un universo poetico, in primo piano ci sono i sentimenti della moglie di Shakespeare, Anne Hathaway, detta Agnes. È lei a incoraggiare il marito, impiegato nella bottega di lavorazione del cuoio del padre, a lasciare Stratford-upon-Avon per avventurarsi a Londra e dar forma alla carriera di drammaturgo, è lei a crescere i bambini, la primogenita Susanna e i gemelli Judith e Hamnet, sola nei lunghi intervalli in cui William è assente. Il film lascia in ombra l’attività poetica di Shakespeare per rivelarla solo in un finale potentissimo, che intreccia la vita del poeta alla sua arte, mentre si addentra nei legami familiari: la solitudine e la vitalità di Agnes, il senso profondo della natura, la mancanza del padre patita dal piccolo Hamnet, il suo farsi carico della sorella gemella, sino a stipulare un patto con la morte affinché prenda lui al posto di lei nell’epidemia di peste che lo falciò a 11 anni nel 1596. Non abbiamo la certezza che Amleto, dell’omonima tragedia, sia ispirato – nel nome e nella luttuosità in cui è iscritta – a quella del giovane figlio di Shakespeare, Hamnet, come già una ventina d’anni fa aveva ipotizzato lo studioso Stephen Greenblatt. Ma nel romanzo di O’Farrell e nel film convince la ricostruzione del senso di colpa della madre per non essere riuscita a salvarlo e della sua rabbia verso il marito per essere stato assente. Agnes è incapace di elaborare il lutto e la perdita, quanto William è lontano nel condividerla. Solo grazie alla rievocazione teatrale, che riporta letteralmente il figlio sulla scena, il dolore diventa dicibile, e quindi in qualche misura sopportabile, perché riconosciuto dalla madre e dal padre, e da noi spettatori.
Anche il biopic di Sofia Coppola, Priscilla, è basato su un libro, il memoir Elvis e io (1985; Sperling & Kupfer, 1987) scritto con Sandra Harmon dall’ex moglie del cantante Elvis Presley, Priscilla. In questo caso non cadere nei cliché del mito generato dalla pop star era difficile perché Priscilla, conosciuta quando era quattordicenne a Wiesbaden in Germania, mentre Elvis era soldato, è parte integrante di quella mitologia. Sofia Coppola ci è parzialmente riuscita, soprattutto nella prima parte del film, quella in cui ritrae un’adolescente un po’ smarrita che vive con la famiglia, il padre adottivo era un ufficiale della United Air Force nella Germania Ovest, e che diventa all’improvviso l’oggetto dell’attenzione e delle confidenze di quello che era già l’idolo delle ragazzine di mezzo mondo. Con la bravura ineguagliata che Sofia Coppola ha più volte mostrato nel dar voce a figure di giovanissime donne colte nel passaggio alla prima età adulta, ci consegna una Priscilla sognatrice, svagata ma determinatissima nel seguire un sogno che diventa realtà: andare a vivere con Elvis. E ci mostra quanto la realtà piano piano corroda il sogno: le intemperanze caratteriali e il narcisismo di Elvis Presley, la sua ossessione di controllo e l’abuso di farmaci, la troupe tutta maschile, l’assedio di fan e amanti, la segregazione in cui Priscilla si trova a vivere in quel luogo paradossale chiamato Graceland; infine la faticosa presa di coscienza di non avere spazio di crescita di fianco a quell’uomo e quindi la scelta di lasciarlo, accettando di vivere per il resto dei suoi giorni nell’ambivalenza di una rottura inevitabile e di una leggenda da preservare.
Coppola non usa l’immenso materiale filmato su Elvis. Ci porta invece nella sua camera da letto, quella tutt’ora non visitabile nel tour della casa, con l’enorme letto in velluto color porpora, le pareti tappezzate in pelle nera, tre televisori, una tigre in ceramica e una statua di Gesù. Da quella stanza, Priscilla, e con lei gli spettatori, maturano un forte desiderio di evasione.
Cambiare il punto di vista da cui si raccontano vite illustri è un esercizio salutare per riportarci alla complessità della realtà e togliere la patina un po’ stucchevole dell’idealizzazione. Quando a farlo sono le donne, si ha l’impressione che la storia sia stata o possa essere tutta un’altra.